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martedì 12 luglio 2016

Knights of Columbus

Descrizioni poetiche di luoghi di Roma colte sul luogo stesso

Knights of Columbus 

Spesso e volentieri vado in bicicletta sul Lungotevere Flaminio. Nella parte sinistra di questo lungotevere, all’ombra dei platani subito dopo il Circolo sportivo dei funzionari di Polizia c’è un altro circolo che si chiama I cavalieri di Colombo. È un po’ prima di ponte Mussolini, sulla sinistra appunto. Per me questo è uno degli scorci più belli di Roma. Ad un certo punto, prima del circolo dei cavalieri, il marciapiede, molto alto, si interrompe e quindi bisogna scendere dalla bicicletta, attraversare il piccolo passo carrabile, risalire il marciapiede opposto e rimettersi in sella. Qui si apre una vista particolare: I cavalieri di Colombo è una struttura, credo, in stile Bauhaus o pseudo Bauhaus costruita forse negli anni ’50 – o in epoca fascista, forse più in epoca fascista.. Fondazione Cavalieri di Colombo, c’è scritto. È una costruzione bassa che affonda nello spallone del lungofiume, con ringhiere di metallo a griglia e strutture di cemento intonacato; da questa costruzione parte, sul lato nord verso Ponte Milvio, una piccola terrazza semicircolare, metafisica oso dire,  che guarda il Tevere, come una piattaforma per i tuffi, piantata sull’infinito.. sembra infinito perché come cinta del circolo c’è un basso muretto intonacato in ocra scuro che continua in una siepe di sempreverdi ed al di sopra di questa siepe, per tutta la sua lunghezza, non si vede alcuna struttura di città ma solo un cielo vuoto blu infinito. Si costeggia la siepe che si allontana verso il ponte, un po’ sotto i platani e quindi sempre immersi nell’ombra.. pochissime macchine perché strano a dirsi è una zona dove non girano tante macchine e dove non ve ne sono tante parcheggiate.. e sembra di stare in un altro mondo: mi ricorda un po’ le strutture ed i quadri vuoti di De Chirico o quei film dei registi italiani degli anni ’50 intrisi di realismo ma anche di metafisica; quei film di quando Roma veniva costruita per assumere le dimensioni e l’aspetto che ha attualmente; veniva costruita male, veniva su sregolata e caotica ma stava diventando una grande città, il vero specchio dell’italianità. Questo scorcio, questo angolo della città, con la sua terrazza protesa, con la sua siepe di cipressi potati di frequente per non farli crescere, questa costruzione che assomiglia ad un pontile di una nave o a un trampolino articolato per tuffi.. (che poi da sul Tevere.. che non si vede), è uno dei luoghi più quieti, più sereni – e ci vuole serenità, molta, in questi tempi.. più sereni, dicevo, di Roma.


martedì 6 gennaio 2015

Epifania

La notte della Befana!

giovedì 10 ottobre 2013

Vajont

Tanto si parla del Vajont in questi giorni. Ma una cosa rimane tabù: come la morte colse la povera gente sotto la diga. Ne ha parlato Paolini nella sua grande opera sul Vajont. Quell'acqua che, come una bomba atomica biologica, spingendo con forza disumana l'aria davanti a sé, colonna alta 230 metri, tzunami mille volte più potente del più potente tsunami, fa capace - quell'aria - di strapparti e dissolverti la pelle, le mucose, le vene, gli organi, il sangue, squarciandoti, cancellandoti, disperdendoti, polverizzandoti. Prima muori d'aria e dopo anche d'acqua. Questa fu la morte nella valle sotto la diga del Vajont. Ma questa morte non te la dicono perché potrebbe generare una rabbia senza fine di cui i potenti hanno il terrore. Io avevo sette anni allora e facevo la seconda elementare. Da pochi giorni era iniziata la scuola ed uno dei bambini che avevo conosciuto in quell'inizio di scuola, simpatico e taciturno, Bordot faceva di cognome, ed era di lì, il giorno dopo la tragedia, che ricordo ci colpì tutti, sparì dalla scuola per qualche tempo: aveva parenti lì... non ricordo se poi tornò... forse si, ma simpatico e taciturno com'era, come tanta gente di montagna, si tenne tutto per sé...

martedì 31 luglio 2012

Omaggio a Racconti Oltre

Devo fare un omaggio a Racconti Oltre perché è il più bel sito di letteratura italiano.

E chi lo cura ha un modo di fare professionale e pacatamente gentile.

Le scelte di pubblicazione sono ottime.

Provo un grande piacere nel leggerlo e frequentarlo.

Anche se non mi pubblicano il bellissimo racconto sottostante: "Le gusta este...". Il cui titolo è tratto dal grande romanzo di Lowry, Sotto il vulcano.
Bravissimi!

sabato 2 giugno 2012

Le gusta este jardin que es suyo? Evite que sus hijos lo destruyan!

Dopo neanche settanta anni dal disastro nucleare di Fukushima sulla Terra la vita scomparve completamente.

Il nocciolo fuso cominciò a scendere verso le viscere del pianeta, verso il centro della terra, attratto lentamente, ma inesorabilmente, da quella forza che gli umani avevano studiato e compreso prima di Fukushima.

Dopo circa duecentocinquanta anni dal disastro, venendo a contatto con il nucleo terrestre, il nocciolo esplose ed esplodendo innescò una serie di fusioni atomiche a catena che dilacerarono la Terra. Le esplosioni crebbero via via d'intensità finchè, nell'ultima tremenda deflagrazione, il pianeta si polverizzò, si disintegrò, si spaccò in mille pezzi che vennero proiettati tutt'intorno nel Sistema Solare. Enormi brani di roccia colpirono la Luna che fu deviata dalla sua orbita, frammenti del pianeta che un tempo si chiamava Terra iniziarono la loro corsa verso Marte e Venere, altri si slanciarono verso Giove... masse enormi di detriti cominciarono il loro eterno ruotare intorno al Sole...

Il silenzio invase quell'area di spazio e nel continuum dell'eternità anche Dio dimenticò quel bel mondo, quel giardino, un tempo così pieno di vita.

giovedì 10 maggio 2012

I laghi (versione 2)

Le chiusi gli occhi. Dopo anni pensai che i vivi chiudono gli occhi dei morti perché ne hanno paura. E ne hanno paura perché gli occhi dei morti sono limpidi ed immensi come spessi laghi tranquilli. Non c'è in loro un solo segno della ferocia della vita.

Quegli occhi, che prima si straziavano nell'angoscia e nella sofferenza della morte, ora erano fermi, espressivi, sereni come, in vita, nei giorni felici.

Non lo diciamo a nessuno. Questi sono segreti che non si confessano.

Le chiusi io gli occhi. Non c'era nessuno che potesse farlo. E io non avrei mai voluto farlo.

venerdì 13 aprile 2012

Un pensiero in poesia

Morire è tornare ai luoghi della memoria,
agli affetti, ai luoghi, ai momenti che abbiamo amato.
E i deja vu sono suggerimenti che danno ai nostri cuori
i fantasmi che diventeremo quando tornano a trovarci.

domenica 8 aprile 2012

La crisi economica del 2009

Faccio parte della task-force approntata dal Ministero delle Attività produttive e del Lavoro per fronteggiare la terribile crisi economica di quest'ultimo anno e che secondo molti esperti, checché ne pensi il nostro Governo, durerà a lungo. Ultimo anno è dir poco perché sono almeno due gli anni in cui stiamo, per dirla con una famosa trasmissione comica televisiva, sull'orlo del baratro… ma tant'è, i nostri governanti erano in tutt'altre faccende affaccendati e quindi solo da Marzo scorso siamo stati chiamati con urgenza all'operatività in questo settore.

In realtà gli operatori della suddetta task-force erano, e sono, i migliori operatori di un altro progetto. Un progetto di punta - un fiore all'occhiello del Ministero - che si occupa di incrementare e migliorare le opportunità occupazionali favorendo la partecipazione ed il reinserimento nel mercato del lavoro dei lavoratori, soprattutto di quelli svantaggiati, attraverso azioni di incentivazione e formazione oltre che di sostegno. Uno staff di operatori magnificamente preparati e dediti, oltre ogni dire, al gravoso e poco soddisfacente compito della lotta per l'occupazione nel paese. Il meglio del meglio…

Eppure qui c'è una prima stranezza: io, infatti, sono una precaria. Una lavoratrice con un contratto di consulenza a tempo determinato. Un'unità lavorativa su cui si cerca di risparmiare.

Una precaria aiuta-precari. Contraddizione?

Voi direte: «Meglio! Così capirà profondamente la situazione di chi deve tutelare».
«Giusto», dico io «… però mi sembra che in tutto questo ci sia qualcosa che non torni».

E qualcosa che non torna in effetti c'è!!!

Nei primi giorni del mese scorso il nostro contratto era scaduto e già da qualche mattina non andavamo al lavoro. Agli inizi di questo mese però i nuovi contratti erano stati approntati (anche se per risparmiare volevano darci trecento euro in meno – «eh!, sa, essendo precaria… » dicevano all'ufficio del personale (...possiamo approfittarne, concludo io)) e mancava solo la nostra firma. Quindici giorni prima, sempre a contratto scaduto, eravamo stati comunque chiamati ad effettuare uno studio accurato sulla crisi economica per quanto riguardava il nostro settore di competenza e a proporre strategie di cooperazione tra gli attori istituzionali – leggasi Stato, confederazione degli industriali e sindacati – e tra altri operatori pubblici e privati con l'obiettivo di diminuirne gli effetti sulla disoccupazione che, con annesso calo del potere di acquisto, avrebbe potuto ingenerare un vizioso circolo deflattivo e recessivo.

Ma il nostro Governo, che ti fa? All'inizio di questo mese, ti approva un Decreto che qui per comodità chiameremo Scacciacrisi (sic!) e che blocca tutti i contratti di consulenza – in maggioranza precari – in essere o da poco scaduti.
Risultato: tutto il progetto di punta, tutte le attività della nostra task-force, le nostre analisi sulla crisi, il primo abbozzo relazionale sono azzerati brutalmente.
E chi fa lo studio, fondamentale, per combattere la crisi devastante che colpisce il nostro paese e il mondo intero?
Chi elabora le strategie per diminuirne il prezzo a carico soprattutto dei più poveri? Chi tesse la rete di rapporti, relazioni, convincimenti, coinvolgimenti, suggerimenti e quant'altro, per rendere operative quelle strategie?

Ma innanzitutto, come cavolo fanno dei precari a difendere altri precari?

La situazione era a dir poco ridicola. Ci veniva amaramente da ridere.
Dovevamo elaborare – per conto del Governo – strategie per difendere il paese ma la sua prima misura era tagliarci i fondi, azzerare il nostro lavoro, bloccarci i rinnovi, mandarci a casa. Assolutamente ridicolo e senza senso, ancor più della Tela di Penelope che in verità, per la sposa di Ulisse, un senso lo aveva.
E ci veniva anche da piangere perché per tanti di noi, con mariti, mogli, figli e con stipendi precari e saltuari il mancato rinnovo del contratto era come essere gettati sul lastrico.
Un mio collega si vergognava di dirlo alla moglie; altre colleghe erano spesso in preda in quei giorni di mancamenti e malesseri vari; altri brancolavano sull'orlo di un tracollo psichico dagli esiti a dir poco incerti.

Non vi dico in quei giorni le tensioni, le lotte, le assemblee, le mobilitazioni che abbiamo affrontato dannandoci l'anima ed il cuore. Tutto sembrava essere inutile. Addio lavoro, addio strategie, addio risorse, addio vita, rinnovamento, possibilità. Addio tutto.

Poi, quando stavamo per dichiararci vinti, come i Troiani di Kavafis, ecco la bella (ma surreale) notizia: il Governo ti approva, in commissione, un emendamento, che lascia tutto immutato, come due mesi prima.
Era la revoca del blocco… almeno fino al prossimo anno. Un anno di tempo quindi, una boccata d'aria tranquilla per almeno 365 giorni… 365 giorni al tramonto, parafrasando amaramente i maschietti.
Era la possibilità di compiere il nostro dovere, dare il nostro contributo, studiare, elaborare, approntare e mettere in atto le misure per ridurre il dolore, la crisi, la disoccupazione, la deriva del paese. Volevamo farlo, dovevamo farlo, lo avremmo fatto con tutte le nostre forze.

Ma un disagio profondo colpì tutti noi nei giorni seguenti. Avevamo l'impressione che la nostra situazione si risolvesse così come era stata creata... senza un perché o peggio, senza nessuna lungimiranza o capacità di pianificazione.
Ci sentivamo - ormai da tanto - nel regno dell'improvvisazione, in quel famoso mare magnum dove si naviga a vista. E la nostra precarietà era il paradigma di tutto ciò.

La contraddizione era sempre la stessa dell'inizio di questa storia: dei giovani precari dovevano difendere altri lavoratori, la maggior parte dei quali in stato di precarietà, cioè la condizione verso cui si sta dirigendo tutto il mondo del lavoro futuro.

Infine ci venne alla mente la considerazione che tutto doveva essere operativo per la fine dell'estate!
Come potrà esserlo? Ora siamo a fine luglio, ancora in alto mare, ancora all'inizio della nostra analisi, passo fondamentale per i nostri interventi successivi; in ritardo per i tre mesi di lotta contro il nostro smantellamento; sfiniti per la disperazione e l'apprensione.
Ad agosto la nostra azienda, se pur pubblica, chiude. Si sa che prima di metà, fine settembre, non si riesce mai a riavviare niente. Se ce la facciamo chiuderemo la fase di relazione alla fine del 2009. Nel 2010 dovremo cercare di convincere tutte le parti sulla giustezza della nostra proposta e poi applicarla. I tempi così si allungano, diventano biblici rispetto alla pericolosità del fenomeno. Prima della metà del 2010 non riusciremo ad intervenire sulle sue dinamiche…

Faremo in tempo? La crisi non si sarà aggravata così tanto da rendere inutili i nostri interventi? In questi accadimenti la velocità di intervento è essenziale. E se addirittura si fosse conclusa - oppure si prolungasse - magari con esiti drammatici per l'occupazione e l'economia del paese?

Non so cosa rispondere. Mi sento solo in colpa, inadeguata, passiva, coatta all'inefficacia. Un ingranaggio, una rotellina in questo mondo istituzionale e farraginoso. Ho paura per il mio futuro e per quello degli altri. In questo Bel Paese si fa un vano cianciare mentre tutto crolla intorno a noi. Quanto potrò, quanto potremo reggere?

Non riesco a darmi una risposta.

mercoledì 28 settembre 2011

La cartella esattoriale

Ciao Renata,

eh!... quante incombenze ti do con questa mia situazione fiscalmente molto confusa. Me ne dispiace e mi rendo conto che anche per voi commercialisti è complicato gestire questo mix di precarietà e fisco insito nel nostro lavoro.

Vengo al dunque: non sono riuscito ad aprire nuovamente i dettagli della mia cartella... quando accedo alla provincia di Asti da Equitalia mi da un errore di backend.... ci riproverò nei prossimi giorni.

Comunque ho notato e provato che si possono stampare le cartelle in PDF e quindi appena avrò accesso te le spedirò tramite email.

Mi è sembrato di non sentire nelle tue parole una particolare preoccupazione per questa cartella da circa 18.000€ che ho visto sul sito Equitalia.

Per me è stata fonte di grande preoccupazione perché è dal 2006 che sono disoccupato e la vendita della casa di Asti per me rappresenta la mia futura pensione (in pratica funge come da liquidazione). Infatti a tutt'oggi mi sono dovuto arrangiare con le lezioni di informatica, di chitarra e dividendo la casa con altre persone... e così sarà nel prosieguo dei miei anni. Pertanto un ammanco di 18.000€ è per me un colpo al cuore.
Però mi ha consolato un po' non sentire quella preoccupazione condivisa da te.

Mi hai detto che il c/c non sarebbe stato toccato, che non ho possessi (case o auto) e quindi ho un po' più di tranquillità.

Sono però preoccupato per un eventuale pignoramento se decido di non pagare... potrebbero veramente farlo? Spero di no...

Come spero anche che si possa fare qualche tipo di ricorso e vedere se si riesce a diminuire la cifra da restituire allo Stato... mi dirai tu dopo che ti avrò mandato i dettagli della cartella appena entro nel sito...

Oppure come spero che - anche considerando una diminuzione o no della cartella - si possa rateizzare... io voglio pagare i miei debiti perché è un mio dovere ma se l'entità del mio debito diminuisce la cosa non può che farmi felice considerando la mia situazione precaria precedente e di disoccupazione attuale... ci sono 13.000€ solo di aggiunte e questo lo trovo ingiusto e assurdo rispetto alla mia situazione lavorativa di sempre...

Spero che tu possa confortarmi ancora. Per il momento ti ringrazio tanto e ti saluto cordialmente.

Ciao e grazie!!!



Marco Valeriotti

giovedì 12 maggio 2011

Cybersex

Rientrò in casa dopo aver comprato lo sturalavandino. Come al solito le sue affittuarie avevano otturato con i loro capelli e a forza di docce quella cacchio di vasca e toccava sempre a lui, chiaramente, occuparsi della manutenzione della casa.
Aprì la busta che conteneva il cavo flessibile col manicotto di legno.... "Legno?" pensò "Sarà di fintaplastica addirittura, figuriamoci se è di legno! Sarebbe proprio strano! Eppure sembra legno... sarà da quattro soldi..."
Il cordone era fermato da tre strisce di plastica nera, quelle per tenere arrotolati i cavi dei trasformatori: "Vedi... semplice semplice". Gli sembrò la corda gigante di un basso elettrico gigante e la cosa lo incantò.

Entrò nel bagno e cominciò il lavoro, infilò il cavo nello scarico, in uno dei buchi e cominciò a spingere per farlo entrare ed andare sempre più in fondo, facendolo roteare leggermente con la mano per afferrare più "materiale... che schifo...". Ma nel primo buco non entrò più di tanto, allora provò con il secondo: "Cazzo, perché non entri... che palle...".
Al terzo buco ci riuscì, entrò, penetrò mollemente, andando sempre più a fondo, poi il cordone si bloccò e non riuscì ad avanzare più di tanto e quindi cominciò a toglierlo roteandolo ma lentamente, per non farsi schizzare "materiale" non gradito addosso. Al capo a vite del cavo rimase attaccato un filo di capelli... li tolse con le mani su cui aveva messo dei guanti marigold gialli. Poi ricominciò.
Non dal quarto buco, ancora vergine, ma ritornò al secondo: questa volta il flessibile prese giù bene, andò dentro per due metri buoni, poi si intoppò ma lui spinse dolcemente e il flessibile, la corda gigante del basso gigante, riprese la sua docile corsa arrivando fino in fondo. Movve un pò la manovella a quel punto, ma tanto sapeva già che non serviva. Serviva tirarla fuori dolcemente e roteare per strusciare bene l'alveo dello scarico.
Così fece e lentamente, torcendola, fece uscire la corda gigante. Assieme a lei uscì un cilindro di 7 cm circa di capelli e chissà cos'altro, soprattutto capelli, una massa schifosa e maleodorante che lui staccò "molle come tutte le cose merdose" con i guanti e lasciò a giacere sul letto della vasca... "che schifo!" era il suo unico pensiero insieme all'altro che qualche goccia d'acqua gli era andata sul braccio: "Ci vorrebbero dei guanti ascellari quando si fanno 'sti lavori...".
Provò ancora un paio di volte andando sempre molto a fondo, spingendo e roteando per poi tirare ancora su. Ma non venne più niente insieme al capo del cavo. Era tutto pulito "meno male".
Uscì dal bagno per cercare un giornale e si ricordò della confezione da due dello yogurt bianco non zuccherato che aveva messo sul tavolo in cucina. Ne aveva voglia. Non vedeva l'ora di finire il lavoro per gustarsene uno. Era stato male quei giorni, l'influenza aveva abbassato le sue difese immunitarie e sentiva che il corpo aveva bisogno di ricostituirle e sapeva che lo yogurt lo avrebbe aiutato a farlo. E poi nei cambi di stagione fin da piccolo aveva sempre sentito il bisogno di "slurparsi" un buono yogurt...
Ma non poteva... doveva finire quel lavoro: quante volte ci capita di voler fare una cosa e doverla rimandare perché si deve fare qualcos'altro... ricordate la sensazione, capite come si sentiva in quel momento?
Comunque prese il giornale, il Messaggero, una copia che chissà per quale motivo, avevano distribuito come omaggio qualche giorno prima ai portierati della zona. E col giornale tornò in bagno e ci avvolse la matassa maleodorante... "finita...". Poi cominciò a ripulire la vasca, lavare il cordone di acciaio flessibile, rimettergli i fermi in plastica "almeno due" e appenderlo ad un chiodo sul balconcino della cucina per farlo asciugare, insieme ai guanti. Fatto questò si lavò ben bene le mani e le braccia e fu pronto per il suo yogurt.
Per prima cosa prese la confezione e separò i due vasetti, uno lo mise in frigo, l'altro lo appoggiò sul tavolo, poi staccò un tovagliolo di carta dal portascottex ed infine afferrò dal portaposate nel cassetto della credenza un cucchiaino.

Tenendo tutto in mano andò nella sua stanza e posò il tovagliolo sul comò: "Me lo merito un po' di cybersex?" Sopra al tovagliolo mise il cucchiaino ed infine aprì dolcemente, badando a non strapparla, la sottile linea di alluminio cha fa da coperchio a quasi tutti gli yogurt, la raschiò, facendo scivolare "la parte migliore" nel vasetto, poi sempre con il cucchiaino lavorò sulla parte superiore di questo dove nel bordo si accumula la parte più cremosa e densa dello yogurt per farla ricongiungere alla parte più liquida: "Anche questa è la parte migliore... però è molto farinoso, come mai? Moh, sarà niente... sembra pure un pò giallastro... vabbeh amalgamiamo che poi tutto ritornerà cremosissimo" come lui immaginava fosse originariamente, alla fine della produzione, in chissà quale fabbrica dei sogni.
Ma anche dopo aver amalgamato rimase dubbioso, senti che il piacere di gustarsi il suo yogurt gli sarebbe potuto essere inibito e qualcosa lo angosciò nelle lontananze del suo animo... la gola però fu più forte e quindi lo assaggiò: "Dio, che sapore amaro... è chiazzato di giallo... è andato a male...".
Ricordò che il suo panettiere, dal quale lo aveva comprato, era stato un tempo considerevole con lui a cercarlo perché trovava solo confezioni di yogurt magro che gli facevano veramente schifo, con quel sapore nullo che avevano: "Forse la confezione che avevano trovato assieme era scaduta... chissà da quanto...".
Tornò allora velocemente in cucina immaginando di aver mangiato chissà quale robaccia che gli avrebbe fatto sicuramente male e nel secchio della spazzatura prese il pezzo di carta della confezione con l'indicazione della scadenza: "No scade fra un mese... è il sapore dello yogurt mescolato al sapore che l'influenza da alla bocca quando è passata da un giorno...". Niente gli era inibito, si acquietò, cominciò a godersi il sapore acidulo dell'alimento.

Rientrando in stanza si sedette davanti al computer e lo accese... intanto si gustava lo yogurt, quel sapore acido e cremoso, fresco e nutriente... si...

giovedì 9 settembre 2010

Un racconto di fantascienza, incompiuto, almeno per il momento: Karel e Lenna

Karel e Lenna Hortoemus_Tia erano nati sulla Terra nel 7222, pochi anni prima della Grande Guerra dell’Egocentrismo. Lui era nato in Italia, a Roma Vecchia; lei in un villaggio rurale sul sito archeologico di Tibleis, l’antica Tiblisi, nei territori Ossetici.
Attraverso quali strade fossero arrivati fin lì, non sappiamo, ma li ritroviamo entrambi all’Università di GinevCern nel Corso di Laurea di Fisica Monecologica. A quel periodo risale l’inizio del loro amore e del loro successivo matrimonio due anni dopo. Laureatisi a pieni voti, decidono di emigrare su Krell dove la disciplina di Monecologia vantava uno dei suoi più illustri rappresentanti, il Bachelor Tireusz Davidi.

Krell era un pianeta molto simile alla Terra con due stelle e tre satelliti di cui uno abitabile. Una buona ventilazione, gravità leggermente inferiore alla terrestre, poli molto freddi, ossigenazione discreta, mari larghi ed aperti, molto tempestosi.
Il pianeta, ed il suo satellite, erano abitati da una popolazione indigena assai evoluta ed aperta, amante della cultura e della scienza. Le sue Regine avevano adottato il motto – parafrasando il nostro Pericle - 'Krell è aperto all’Universo'.
Su Krell, nel corso del LXXI° secolo, erano nati molti artisti e musicisti, illustrissimi filosofi e scienziati finissimi, per ultimo anche i teorici dell’Egocentrismo che con le loro idee devianti sparsero così tanto sangue e distruzione in tutto il Quadrante orientale della galassia Theus.
Le distruzioni della guerra erano state immense. Dopo due millenni di pace, la violenza aveva fatto la sua ricomparsa nell’Universo conosciuto. Perché? Noi storici del 7500, ci stiamo interrogando sulle cause e, se la filosofia maracaibista, con le sue analisi sulle magnitudini economiche, riesce in parte a dare delle risposte assolutamente accettabili per ovvia dimostrabilità documentale, nondimeno non riesce a spiegare la virulenza e la crudeltà dei comportamenti delle diverse confederazioni planetarie. Stiamo cercando di capire se ci sono segni di dissoluzione che covano sotto i nostri ordinamenti, consuetudini ed istituzioni, riprendendo anche la corrente di pensiero dello psicologismo storico – il neopsicologismo - del grande filosofo del XX° Sec. Asimov.
Comunque, nel disastro della guerra, che cancellò dalla faccia dell’Universo diversi pianeti e quasi 100 miliardi di esseri viventi anche i documenti storici precedenti l’incontro fra Karel e Lenna sono andati perduti e, siccome, dovere di ogni storico è ricostruire o narrare gli accadimenti solo attraverso la documentazione, abbiamo poco di certo sulla vita precedente la loro partecipazione al corso di laurea a GinevCern.

Vorrei ora introdurVi lentamente ad alcuni passi del diario di Lenna prima della Giurisdizione. In questi spezzoni di testo - che commenterò - gli storici possono trovare risposte alle motivazioni psicologiche e conoscenze sul clima relazionale che esisteva prima della cerimonia della Giurisdizione in casa Hortoemus_Tia e che può dare tante indicazioni sul successivo comportamento di Lenna Tia - il suo cognome da nubile - che generò il Grande Tadeiini Patoor e che pose fine, ancora relativamente giovane, 123 anni, alla sua vita in modo, oserei dire, singolare.

Qui Lenna parla della loro casa. È uno spezzone di diario scritto poco dopo il loro arrivo a Krell:
Sono felice. Abbiamo comprato una casa bellissima. Si trova su una collina piena di alberi di milto e siloceo a poche varst dalla città di Milic, nella regione della Koreide. È molto bella. Sembra una casa in stile XIX° secolo terrestre, leggermente decadente, spaziosa e luminosa, in parte con travature tarlate e bassi soffitti. A Karel piace spargere aromi antichi nelle stanze e nei corridoi, aprire le finestre e far fluire i venti di corrente. Lontano, molte varst più a sud, si apre davanti a noi il mare di cobalto di Remsekor. A volte, quando è più caldo e mettiamo le stanze in penombra, la luce vivida di Amokrell e Ori fruscia sui mobili e sulle nostre cose, come un serpente argentato… è molto diversa questa luce da quella del Sole – quella la rimpiango e mi manca – ma sfiora le cose e scivola su di esse come se fossero levigate, crea ombre il cui colore non sono preparata mentalmente a definire ma che amo e mi affascina. Karel è così tranquillo, così bello, quieto in questa luce…”.

Ed ancora:

Nonostante la sua apertura e la sua grande cultura ed arte mi sembra che Krell viva immerso in una sorta di medioevo terrestre tecnologico misto ad un regime Repubblico_Platoniano… una sorta di gerarchia gentile sorvegliata da filosofi armati… certo, sono strane riflessioni ma questa è la sensazione che ho di questo particolare pianeta e mi si rafforza ogni giorno di più”.

Ed infine, abbandonandosi a nostalgici ricordi, parla della Sua vita passata sulla Terra prima del trasferimento a GinevCern. Questa pagina di diario è una delle poche documentazioni che abbiamo prima del loro incontro nella città di Calvino:
"Questo nome (si riferisce a Koreide - NdA) mi rammenta la Grecia e la mia infanzia. Nella mia casa paterna vivevamo sprofondati nella storia dell’antica Grecia. Ancor oggi ricordo spezzoni dell’Iliade a memoria e mi piace rammentarla nelle profondità del mio animo quando sono sola. Mio padre viveva da erudito e conosceva nei minimi dettagli la storia del Mediterraneo orientale. Ricordo ancora le nostre passeggiate sull’Ellesponto, vicino allo spazioporto di Tro_y. Io avrei avuto ben altre domande ma quei ritorni all’alba della civiltà umana mi davano pace ed un senso profondo di appartenenza".

Continua...

Un pensiero

De André non si lavava mai.
Ada Merini, neppure.
Io sono esattamente
come i Troiani
di Kavafis!

martedì 8 settembre 2009

I laghi

Le chiusi gli occhi. Dopo anni pensai che i vivi chiudono gli occhi dei morti perché ne hanno paura. E ne hanno paura perché gli occhi dei morti sono limpidi ed immensi come spessi laghi tranquilli. Non c'è in loro un solo segno della ferocia della vita.
Quegli occhi, che prima si straziavano nell'angoscia e nella sofferenza della morte, ora erano fermi, espressivi, sereni come, in vita, nei giorni felici.
Non lo diciamo a nessuno. Questi sono segreti che non si confessano...

Le chiusi gli occhi. Lo feci io. Non c'era nessuno che fosse in grado di farlo in quel momento. Ed io non avrei mai voluto farlo.

Anni dopo un medico mi insegnò che un uomo non può dirsi veramente uomo se non ha mai visto almeno una morte ed una nascita. So che quelle parole, sono vere.

venerdì 31 luglio 2009

Il cippo funerario

C'è una pedonabile che in uscita da Grosseto costeggia per un paio di chilometri la Senese, la pericolosa strada che porta a Siena. Affianca il lato della carreggiata con cui si entra a Grosseto… e qui, qualche centinaio di metri prima di entrare nello spiazzo rotatorio dove sorge l'ospedale della Misericordia, vera porta della città maremmana, c'è un cippo funerario. È ancora sul ciglio di un campo con i profili dei monti lontano e l'aria cristallina del giorno. Sormontato da una robusta croce di pietra grigia è circondato da un senso di pace, nonostante la Senese proprio accanto e le case che stanno ormai costruendo tutt'intorno. Io lo immagino anche nelle notti d'inverno, le notti fredde di campagna, non come quelle delle metropoli, le notti buie, dove regna il silenzio e la solitudine, spazzate dal vento e intrise di mistero e spiritualità.

C'è un nome su questo cippo, che non dirò. Il nome di un giovane, morto a 26 anni. E poi una scritta… che dice così:

questo è luogo di grande sventura
il cerchio della morte apparse
e non si ritrasse
finché il fuoco della vendetta
con sé non lo portò

la moglie misericordiosa


Lo vidi per la prima volta nel 1995 quando mi trasferii da Roma a Grosseto seguendo mia moglie. Facevamo, avevamo sempre fatto anche a Roma, delle lunghe passeggiate. E una delle nostre prime passeggiate a Grosseto fu su quella pedonabile… verso Roselle, verso la campagna maremmana anche allora immensa come oggi. La Senese metteva un po' paura, densa com'era di macchine ma la stradina era fresca ed ombrosa in quel pomeriggio d'estate e la pace della campagna intorno ci infuse coraggio e calma.
Il cippo era immerso nella vegetazione, nei folti fili delle erbacce del ciglio della strada, lambito dai rovi del fosso accanto, circondato dai rampicanti parassiti: sembrava senza tempo e fuori luogo. Ciò che vi era scritto scuoteva l'animo ma restava muto per il tanto tempo passato. E questo acuiva la mia commozione. La stele era antica. Il giovane era morto nel '53 e la moglie, molto probabilmente, lo aveva fatto erigere subito dopo, forse nel '54… o nel '55 quando, credo, il dolore doveva essersi in parte acquietato.

Pensai a quel giovane morto ormai da 43 anni ed a sua moglie morta forse anche lei. Pensai alla pace di quei campi, a quel ciglio di strada, a come improvvisa la morte avesse colpito, alla scritta terribile che non lascia scampo se non nel misericordiosa finale, al dolore e alla rabbia senza fine che aveva provato quella donna. Meditai sull'accenno alla vendetta senza trovarvi o cercarvi ragioni ma solo solidarietà con quelle persone che tanto avevano sofferto.

Soffrivo per il loro dolore e quell'ara funeraria mi si incise nell'animo.

Ci sono tornato altre volte ed ho sempre sostato in riflessione davanti a quel monumento rendendo omaggio a quella sofferenza antica e dimenticata, ermetica e inconoscibile. Sempre, la pace della campagna intorno e la violenza impastata lì, mi hanno fatto meditare. Anche oggi, a distanza di dieci anni dalla separazione da mia moglie.

Si… il tempo ci allontana sempre più dalle persone che abbiamo amato e che in un modo o nell'altro abbiamo perso.
E forse la forza con cui quel cippo si era impresso nel mio animo testimoniava l'intima ed ancora sconosciuta mia consapevolezza che di li a poco mi sarei separato dalla donna a cui desideravo legare per sempre la mia vita.


Grosseto, 30 Luglio 2009

domenica 26 luglio 2009

I lampioni di Roma

È bella Roma tutta scura ma
brillante nelle chiazze dei lampioni che
accarezzano i suoi monumenti che

accarezzano questo primo freddo

noteCosì va scritta questa poesia: il ma ed i che devono essere alla fine delle proprie frasi...