sabato 2 giugno 2012

Le gusta este jardin que es suyo? Evite que sus hijos lo destruyan!

Dopo neanche settanta anni dal disastro nucleare di Fukushima sulla Terra la vita scomparve completamente.

Il nocciolo fuso cominciò a scendere verso le viscere del pianeta, verso il centro della terra, attratto lentamente, ma inesorabilmente, da quella forza che gli umani avevano studiato e compreso prima di Fukushima.

Dopo circa duecentocinquanta anni dal disastro, venendo a contatto con il nucleo terrestre, il nocciolo esplose ed esplodendo innescò una serie di fusioni atomiche a catena che dilacerarono la Terra. Le esplosioni crebbero via via d'intensità finchè, nell'ultima tremenda deflagrazione, il pianeta si polverizzò, si disintegrò, si spaccò in mille pezzi che vennero proiettati tutt'intorno nel Sistema Solare. Enormi brani di roccia colpirono la Luna che fu deviata dalla sua orbita, frammenti del pianeta che un tempo si chiamava Terra iniziarono la loro corsa verso Marte e Venere, altri si slanciarono verso Giove... masse enormi di detriti cominciarono il loro eterno ruotare intorno al Sole...

Il silenzio invase quell'area di spazio e nel continuum dell'eternità anche Dio dimenticò quel bel mondo, quel giardino, un tempo così pieno di vita.

giovedì 10 maggio 2012

I laghi (versione 2)

Le chiusi gli occhi. Dopo anni pensai che i vivi chiudono gli occhi dei morti perché ne hanno paura. E ne hanno paura perché gli occhi dei morti sono limpidi ed immensi come spessi laghi tranquilli. Non c'è in loro un solo segno della ferocia della vita.

Quegli occhi, che prima si straziavano nell'angoscia e nella sofferenza della morte, ora erano fermi, espressivi, sereni come, in vita, nei giorni felici.

Non lo diciamo a nessuno. Questi sono segreti che non si confessano...

Le chiusi gli occhi. Lo feci io. Non avrei mai voluto farlo.

venerdì 13 aprile 2012

Un pensiero in poesia

Morire è tornare ai luoghi della memoria,
gli affetti, i luoghi, i momenti che abbiamo amato.
E i deja vu sono suggerimenti che danno ai nostri cuori
i fantasmi che diventeremo quando tornano a trovarci.

domenica 8 aprile 2012

La crisi economica del 2009

Faccio parte della task-force approntata dal Ministero delle Attività produttive e del Lavoro per fronteggiare la terribile crisi economica di quest'ultimo anno e che secondo molti esperti, checché ne pensi il nostro Governo, durerà a lungo. Ultimo anno è dir poco perché sono almeno due gli anni in cui stiamo, per dirla con una famosa trasmissione comica televisiva, sull'orlo del baratro… ma tant'è, i nostri governanti erano in tutt'altre faccende affaccendati e quindi solo da Marzo scorso siamo stati chiamati con urgenza all'operatività in questo settore.

In realtà gli operatori della suddetta task-force erano, e sono, i migliori operatori di un altro progetto. Un progetto di punta - un fiore all'occhiello del Ministero - che si occupa di incrementare e migliorare le opportunità occupazionali favorendo la partecipazione ed il reinserimento nel mercato del lavoro dei lavoratori, soprattutto di quelli svantaggiati, attraverso azioni di incentivazione e formazione oltre che di sostegno. Uno staff di operatori magnificamente preparati e dediti, oltre ogni dire, al gravoso e poco soddisfacente compito della lotta per l'occupazione nel paese. Il meglio del meglio…

Eppure qui c'è una prima stranezza: io, infatti, sono una precaria. Una lavoratrice con un contratto di consulenza a tempo determinato. Un'unità lavorativa su cui si cerca di risparmiare.

Una precaria aiuta-precari. Contraddizione?

Voi direte: «Meglio! Così capirà profondamente la situazione di chi deve tutelare».
«Giusto», dico io «… però mi sembra che in tutto questo ci sia qualcosa che non torni».

E qualcosa che non torna in effetti c'è!!!

Nei primi giorni del mese scorso il nostro contratto era scaduto e già da qualche mattina non andavamo al lavoro. Agli inizi di questo mese però i nuovi contratti erano stati approntati (anche se per risparmiare volevano darci trecento euro in meno – «eh!, sa, essendo precaria… » dicevano all'ufficio del personale (...possiamo approfittarne, concludo io)) e mancava solo la nostra firma. Quindici giorni prima, sempre a contratto scaduto, eravamo stati comunque chiamati ad effettuare uno studio accurato sulla crisi economica per quanto riguardava il nostro settore di competenza e a proporre strategie di cooperazione tra gli attori istituzionali – leggasi Stato, confederazione degli industriali e sindacati – e tra altri operatori pubblici e privati con l'obiettivo di diminuirne gli effetti sulla disoccupazione che, con annesso calo del potere di acquisto, avrebbe potuto ingenerare un vizioso circolo deflattivo e recessivo.

Ma il nostro Governo, che ti fa? All'inizio di questo mese, ti approva un Decreto che qui per comodità chiameremo Scacciacrisi (sic!) e che blocca tutti i contratti di consulenza – in maggioranza precari – in essere o da poco scaduti.
Risultato: tutto il progetto di punta, tutte le attività della nostra task-force, le nostre analisi sulla crisi, il primo abbozzo relazionale sono azzerati brutalmente.
E chi fa lo studio, fondamentale, per combattere la crisi devastante che colpisce il nostro paese e il mondo intero?
Chi elabora le strategie per diminuirne il prezzo a carico soprattutto dei più poveri? Chi tesse la rete di rapporti, relazioni, convincimenti, coinvolgimenti, suggerimenti e quant'altro, per rendere operative quelle strategie?

Ma innanzitutto, come cavolo fanno dei precari a difendere altri precari?

La situazione era a dir poco ridicola. Ci veniva amaramente da ridere.
Dovevamo elaborare – per conto del Governo – strategie per difendere il paese ma la sua prima misura era tagliarci i fondi, azzerare il nostro lavoro, bloccarci i rinnovi, mandarci a casa. Assolutamente ridicolo e senza senso, ancor più della Tela di Penelope che in verità, per la sposa di Ulisse, un senso lo aveva.
E ci veniva anche da piangere perché per tanti di noi, con mariti, mogli, figli e con stipendi precari e saltuari il mancato rinnovo del contratto era come essere gettati sul lastrico.
Un mio collega si vergognava di dirlo alla moglie; altre colleghe erano spesso in preda in quei giorni di mancamenti e malesseri vari; altri brancolavano sull'orlo di un tracollo psichico dagli esiti a dir poco incerti.

Non vi dico in quei giorni le tensioni, le lotte, le assemblee, le mobilitazioni che abbiamo affrontato dannandoci l'anima ed il cuore. Tutto sembrava essere inutile. Addio lavoro, addio strategie, addio risorse, addio vita, rinnovamento, possibilità. Addio tutto.

Poi, quando stavamo per dichiararci vinti, come i Troiani di Kavafis, ecco la bella (ma surreale) notizia: il Governo ti approva, in commissione, un emendamento, che lascia tutto immutato, come due mesi prima.
Era la revoca del blocco… almeno fino al prossimo anno. Un anno di tempo quindi, una boccata d'aria tranquilla per almeno 365 giorni… 365 giorni al tramonto, parafrasando amaramente i maschietti.
Era la possibilità di compiere il nostro dovere, dare il nostro contributo, studiare, elaborare, approntare e mettere in atto le misure per ridurre il dolore, la crisi, la disoccupazione, la deriva del paese. Volevamo farlo, dovevamo farlo, lo avremmo fatto con tutte le nostre forze.

Ma un disagio profondo colpì tutti noi nei giorni seguenti. Avevamo l'impressione che la nostra situazione si risolvesse così come era stata creata... senza un perché o peggio, senza nessuna lungimiranza o capacità di pianificazione.
Ci sentivamo - ormai da tanto - nel regno dell'improvvisazione, in quel famoso mare magnum dove si naviga a vista. E la nostra precarietà era il paradigma di tutto ciò.

La contraddizione era sempre la stessa dell'inizio di questa storia: dei giovani precari dovevano difendere altri lavoratori, la maggior parte dei quali in stato di precarietà, cioè la condizione verso cui si sta dirigendo tutto il mondo del lavoro futuro.

Infine ci venne alla mente la considerazione che tutto doveva essere operativo per la fine dell'estate!
Come potrà esserlo? Ora siamo a fine luglio, ancora in alto mare, ancora all'inizio della nostra analisi, passo fondamentale per i nostri interventi successivi; in ritardo per i tre mesi di lotta contro il nostro smantellamento; sfiniti per la disperazione e l'apprensione.
Ad agosto la nostra azienda, se pur pubblica, chiude. Si sa che prima di metà, fine settembre, non si riesce mai a riavviare niente. Se ce la facciamo chiuderemo la fase di relazione alla fine del 2009. Nel 2010 dovremo cercare di convincere tutte le parti sulla giustezza della nostra proposta e poi applicarla. I tempi così si allungano, diventano biblici rispetto alla pericolosità del fenomeno. Prima della metà del 2010 non riusciremo ad intervenire sulle sue dinamiche…

Faremo in tempo? La crisi non si sarà aggravata così tanto da rendere inutili i nostri interventi? In questi accadimenti la velocità di intervento è essenziale. E se addirittura si fosse conclusa - oppure si prolungasse - magari con esiti drammatici per l'occupazione e l'economia del paese?

Non so cosa rispondere. Mi sento solo in colpa, inadeguata, passiva, coatta all'inefficacia. Un ingranaggio, una rotellina in questo mondo istituzionale e farraginoso. Ho paura per il mio futuro e per quello degli altri. In questo Bel Paese si fa un vano cianciare mentre tutto crolla intorno a noi. Quanto potrò, quanto potremo reggere?

Non riesco a darmi una risposta.

mercoledì 28 settembre 2011

La cartella esattoriale

Ciao Renata,

eh!... quante incombenze ti do con questa mia situazione fiscalmente molto confusa. Me ne dispiace e mi rendo conto che anche per voi commercialisti è complicato gestire questo mix di precarietà e fisco insito nel nostro lavoro.

Vengo al dunque: non sono riuscito ad aprire nuovamente i dettagli della mia cartella... quando accedo alla provincia di Asti da Equitalia mi da un errore di backend.... ci riproverò nei prossimi giorni.

Comunque ho notato e provato che si possono stampare le cartelle in PDF e quindi appena avrò accesso te le spedirò tramite email.

Mi è sembrato di non sentire nelle tue parole una particolare preoccupazione per questa cartella da circa 18.000€ che ho visto sul sito Equitalia.

Per me è stata fonte di grande preoccupazione perché è dal 2006 che sono disoccupato e la vendita della casa di Asti per me rappresenta la mia futura pensione (in pratica funge come da liquidazione). Infatti a tutt'oggi mi sono dovuto arrangiare con le lezioni di informatica, di chitarra e dividendo la casa con altre persone... e così sarà nel prosieguo dei miei anni. Pertanto un ammanco di 18.000€ è per me un colpo al cuore.
Però mi ha consolato un po' non sentire quella preoccupazione condivisa da te.

Mi hai detto che il c/c non sarebbe stato toccato, che non ho possessi (case o auto) e quindi ho un po' più di tranquillità.

Sono però preoccupato per un eventuale pignoramento se decido di non pagare... potrebbero veramente farlo? Spero di no...

Come spero anche che si possa fare qualche tipo di ricorso e vedere se si riesce a diminuire la cifra da restituire allo Stato... mi dirai tu dopo che ti avrò mandato i dettagli della cartella appena entro nel sito...

Oppure come spero che - anche considerando una diminuzione o no della cartella - si possa rateizzare... io voglio pagare i miei debiti perché è un mio dovere ma se l'entità del mio debito diminuisce la cosa non può che farmi felice considerando la mia situazione precaria precedente e di disoccupazione attuale... ci sono 13.000€ solo di aggiunte e questo lo trovo ingiusto e assurdo rispetto alla mia situazione lavorativa di sempre...

Spero che tu possa confortarmi ancora. Per il momento ti ringrazio tanto e ti saluto cordialmente.

Ciao e grazie!!!



Marco Valeriotti

giovedì 12 maggio 2011

Cybersex

Rientrò in casa dopo aver comprato lo sturalavandino. Come al solito le sue affittuarie avevano otturato con i loro capelli e a forza di docce quella cacchio di vasca e toccava sempre a lui, chiaramente, occuparsi della manutenzione della casa.
Aprì la busta che conteneva il cavo flessibile col manicotto di legno.... "Legno?" pensò "Sarà di fintaplastica addirittura, figuriamoci se è di legno! Sarebbe proprio strano! Eppure sembra legno... sarà da quattro soldi..."
Il cordone era fermato da tre strisce di plastica nera, quelle per tenere arrotolati i cavi dei trasformatori: "Vedi... semplice semplice". Gli sembrò la corda gigante di un basso elettrico gigante e la cosa lo incantò.

Entrò nel bagno e cominciò il lavoro, infilò il cavo nello scarico, in uno dei buchi e cominciò a spingere per farlo entrare ed andare sempre più in fondo, facendolo roteare leggermente con la mano per afferrare più "materiale... che schifo...". Ma nel primo buco non entrò più di tanto, allora provò con il secondo: "Cazzo, perché non entri... che palle...".
Al terzo buco ci riuscì, entrò, penetrò mollemente, andando sempre più a fondo, poi il cordone si bloccò e non riuscì ad avanzare più di tanto e quindi cominciò a toglierlo roteandolo ma lentamente, per non farsi schizzare "materiale" non gradito addosso. Al capo a vite del cavo rimase attaccato un filo di capelli... li tolse con le mani su cui aveva messo dei guanti marigold gialli. Poi ricominciò.
Non dal quarto buco, ancora vergine, ma ritornò al secondo: questa volta il flessibile prese giù bene, andò dentro per due metri buoni, poi si intoppò ma lui spinse dolcemente e il flessibile, la corda gigante del basso gigante, riprese la sua docile corsa arrivando fino in fondo. Movve un pò la manovella a quel punto, ma tanto sapeva già che non serviva. Serviva tirarla fuori dolcemente e roteare per strusciare bene l'alveo dello scarico.
Così fece e lentamente, torcendola, fece uscire la corda gigante. Assieme a lei uscì un cilindro di 7 cm circa di capelli e chissà cos'altro, soprattutto capelli, una massa schifosa e maleodorante che lui staccò "molle come tutte le cose merdose" con i guanti e lasciò a giacere sul letto della vasca... "che schifo!" era il suo unico pensiero insieme all'altro che qualche goccia d'acqua gli era andata sul braccio: "Ci vorrebbero dei guanti ascellari quando si fanno 'sti lavori...".
Provò ancora un paio di volte andando sempre molto a fondo, spingendo e roteando per poi tirare ancora su. Ma non venne più niente insieme al capo del cavo. Era tutto pulito "meno male".
Uscì dal bagno per cercare un giornale e si ricordò della confezione da due dello yogurt bianco non zuccherato che aveva messo sul tavolo in cucina. Ne aveva voglia. Non vedeva l'ora di finire il lavoro per gustarsene uno. Era stato male quei giorni, l'influenza aveva abbassato le sue difese immunitarie e sentiva che il corpo aveva bisogno di ricostituirle e sapeva che lo yogurt lo avrebbe aiutato a farlo. E poi nei cambi di stagione fin da piccolo aveva sempre sentito il bisogno di "slurparsi" un buono yogurt...
Ma non poteva... doveva finire quel lavoro: quante volte ci capita di voler fare una cosa e doverla rimandare perché si deve fare qualcos'altro... ricordate la sensazione, capite come si sentiva in quel momento?
Comunque prese il giornale, il Messaggero, una copia che chissà per quale motivo, avevano distribuito come omaggio qualche giorno prima ai portierati della zona. E col giornale tornò in bagno e ci avvolse la matassa maleodorante... "finita...". Poi cominciò a ripulire la vasca, lavare il cordone di acciaio flessibile, rimettergli i fermi in plastica "almeno due" e appenderlo ad un chiodo sul balconcino della cucina per farlo asciugare, insieme ai guanti. Fatto questò si lavò ben bene le mani e le braccia e fu pronto per il suo yogurt.
Per prima cosa prese la confezione e separò i due vasetti, uno lo mise in frigo, l'altro lo appoggiò sul tavolo, poi staccò un tovagliolo di carta dal portascottex ed infine afferrò dal portaposate nel cassetto della credenza un cucchiaino.

Tenendo tutto in mano andò nella sua stanza e posò il tovagliolo sul comò: "Me lo merito un po' di cybersex?" Sopra al tovagliolo mise il cucchiaino ed infine aprì dolcemente, badando a non strapparla, la sottile linea di alluminio cha fa da coperchio a quasi tutti gli yogurt, la raschiò, facendo scivolare "la parte migliore" nel vasetto, poi sempre con il cucchiaino lavorò sulla parte superiore di questo dove nel bordo si accumula la parte più cremosa e densa dello yogurt per farla ricongiungere alla parte più liquida: "Anche questa è la parte migliore... però è molto farinoso, come mai? Moh, sarà niente... sembra pure un pò giallastro... vabbeh amalgamiamo che poi tutto ritornerà cremosissimo" come lui immaginava fosse originariamente, alla fine della produzione, in chissà quale fabbrica dei sogni.
Ma anche dopo aver amalgamato rimase dubbioso, senti che il piacere di gustarsi il suo yogurt gli sarebbe potuto essere inibito e qualcosa lo angosciò nelle lontananze del suo animo... la gola però fu più forte e quindi lo assaggiò: "Dio, che sapore amaro... è chiazzato di giallo... è andato a male...".
Ricordò che il suo panettiere, dal quale lo aveva comprato, era stato un tempo considerevole con lui a cercarlo perché trovava solo confezioni di yogurt magro che gli facevano veramente schifo, con quel sapore nullo che avevano: "Forse la confezione che avevano trovato assieme era scaduta... chissà da quanto...".
Tornò allora velocemente in cucina immaginando di aver mangiato chissà quale robaccia che gli avrebbe fatto sicuramente male e nel secchio della spazzatura prese il pezzo di carta della confezione con l'indicazione della scadenza: "No scade fra un mese... è il sapore dello yogurt mescolato al sapore che l'influenza da alla bocca quando è passata da un giorno...". Niente gli era inibito, si acquietò, cominciò a godersi il sapore acidulo dell'alimento.

Rientrando in stanza si sedette davanti al computer e lo accese... intanto si gustava lo yogurt, quel sapore acido e cremoso, fresco e nutriente... si...

giovedì 9 settembre 2010

Un racconto di fantascienza, incompiuto, almeno per il momento: Karel e Lenna

Karel e Lenna Hortoemus_Tia erano nati sulla Terra nel 7222, pochi anni prima della Grande Guerra dell’Egocentrismo. Lui era nato in Italia, a Roma Vecchia; lei in un villaggio rurale sul sito archeologico di Tibleis, l’antica Tiblisi, nei territori Ossetici.
Attraverso quali strade fossero arrivati fin lì, non sappiamo, ma li ritroviamo entrambi all’Università di GinevCern nel Corso di Laurea di Fisica Monecologica. A quel periodo risale l’inizio del loro amore e del loro successivo matrimonio due anni dopo. Laureatisi a pieni voti, decidono di emigrare su Krell dove la disciplina di Monecologia vantava uno dei suoi più illustri rappresentanti, il Bachelor Tireusz Davidi.

Krell era un pianeta molto simile alla Terra con due stelle e tre satelliti di cui uno abitabile. Una buona ventilazione, gravità leggermente inferiore alla terrestre, poli molto freddi, ossigenazione discreta, mari larghi ed aperti, molto tempestosi.
Il pianeta, ed il suo satellite, erano abitati da una popolazione indigena assai evoluta ed aperta, amante della cultura e della scienza. Le sue Regine avevano adottato il motto – parafrasando il nostro Pericle - 'Krell è aperto all’Universo'.
Su Krell, nel corso del LXXI° secolo, erano nati molti artisti e musicisti, illustrissimi filosofi e scienziati finissimi, per ultimo anche i teorici dell’Egocentrismo che con le loro idee devianti sparsero così tanto sangue e distruzione in tutto il Quadrante orientale della galassia Theus.
Le distruzioni della guerra erano state immense. Dopo due millenni di pace, la violenza aveva fatto la sua ricomparsa nell’Universo conosciuto. Perché? Noi storici del 7500, ci stiamo interrogando sulle cause e, se la filosofia maracaibista, con le sue analisi sulle magnitudini economiche, riesce in parte a dare delle risposte assolutamente accettabili per ovvia dimostrabilità documentale, nondimeno non riesce a spiegare la virulenza e la crudeltà dei comportamenti delle diverse confederazioni planetarie. Stiamo cercando di capire se ci sono segni di dissoluzione che covano sotto i nostri ordinamenti, consuetudini ed istituzioni, riprendendo anche la corrente di pensiero dello psicologismo storico – il neopsicologismo - del grande filosofo del XX° Sec. Asimov.
Comunque, nel disastro della guerra, che cancellò dalla faccia dell’Universo diversi pianeti e quasi 100 miliardi di esseri viventi anche i documenti storici precedenti l’incontro fra Karel e Lenna sono andati perduti e, siccome, dovere di ogni storico è ricostruire o narrare gli accadimenti solo attraverso la documentazione, abbiamo poco di certo sulla vita precedente la loro partecipazione al corso di laurea a GinevCern.

Vorrei ora introdurVi lentamente ad alcuni passi del diario di Lenna prima della Giurisdizione. In questi spezzoni di testo - che commenterò - gli storici possono trovare risposte alle motivazioni psicologiche e conoscenze sul clima relazionale che esisteva prima della cerimonia della Giurisdizione in casa Hortoemus_Tia e che può dare tante indicazioni sul successivo comportamento di Lenna Tia - il suo cognome da nubile - che generò il Grande Tadeiini Patoor e che pose fine, ancora relativamente giovane, 123 anni, alla sua vita in modo, oserei dire, singolare.

Qui Lenna parla della loro casa. È uno spezzone di diario scritto poco dopo il loro arrivo a Krell:
Sono felice. Abbiamo comprato una casa bellissima. Si trova su una collina piena di alberi di milto e siloceo a poche varst dalla città di Milic, nella regione della Koreide. È molto bella. Sembra una casa in stile XIX° secolo terrestre, leggermente decadente, spaziosa e luminosa, in parte con travature tarlate e bassi soffitti. A Karel piace spargere aromi antichi nelle stanze e nei corridoi, aprire le finestre e far fluire i venti di corrente. Lontano, molte varst più a sud, si apre davanti a noi il mare di cobalto di Remsekor. A volte, quando è più caldo e mettiamo le stanze in penombra, la luce vivida di Amokrell e Ori fruscia sui mobili e sulle nostre cose, come un serpente argentato… è molto diversa questa luce da quella del Sole – quella la rimpiango e mi manca – ma sfiora le cose e scivola su di esse come se fossero levigate, crea ombre il cui colore non sono preparata mentalmente a definire ma che amo e mi affascina. Karel è così tranquillo, così bello, quieto in questa luce…”.

Ed ancora:

Nonostante la sua apertura e la sua grande cultura ed arte mi sembra che Krell viva immerso in una sorta di medioevo terrestre tecnologico misto ad un regime Repubblico_Platoniano… una sorta di gerarchia gentile sorvegliata da filosofi armati… certo, sono strane riflessioni ma questa è la sensazione che ho di questo particolare pianeta e mi si rafforza ogni giorno di più”.

Ed infine, abbandonandosi a nostalgici ricordi, parla della Sua vita passata sulla Terra prima del trasferimento a GinevCern. Questa pagina di diario è una delle poche documentazioni che abbiamo prima del loro incontro nella città di Calvino:
"Questo nome (si riferisce a Koreide - NdA) mi rammenta la Grecia e la mia infanzia. Nella mia casa paterna vivevamo sprofondati nella storia dell’antica Grecia. Ancor oggi ricordo spezzoni dell’Iliade a memoria e mi piace rammentarla nelle profondità del mio animo quando sono sola. Mio padre viveva da erudito e conosceva nei minimi dettagli la storia del Mediterraneo orientale. Ricordo ancora le nostre passeggiate sull’Ellesponto, vicino allo spazioporto di Tro_y. Io avrei avuto ben altre domande ma quei ritorni all’alba della civiltà umana mi davano pace ed un senso profondo di appartenenza".

Continua...

Un pensiero

De André non si lavava mai.
Ada Merini, neppure.
Io sono esattamente
come i Troiani
di Kavafis!

martedì 8 settembre 2009

I laghi

Le chiusi gli occhi. Dopo anni pensai che i vivi chiudono gli occhi dei morti perché ne hanno paura. E ne hanno paura perché gli occhi dei morti sono limpidi ed immensi come spessi laghi tranquilli. Non c'è in loro un solo segno della ferocia della vita.
Quegli occhi, che prima si straziavano nell'angoscia e nella sofferenza della morte, ora erano fermi, espressivi, sereni come, in vita, nei giorni felici.
Non lo diciamo a nessuno. Questi sono segreti che non si confessano...

Le chiusi gli occhi. Lo feci io. Non c'era nessuno che fosse in grado di farlo in quel momento. Ed io non avrei mai voluto farlo.

Anni dopo un medico mi insegnò che un uomo non può dirsi veramente uomo se non ha mai visto almeno una morte ed una nascita. So che quelle parole, sono vere.

venerdì 31 luglio 2009

Il cippo funerario

C'è una pedonabile che in uscita da Grosseto costeggia per un paio di chilometri la Senese, la pericolosa strada che porta a Siena. Affianca il lato della carreggiata con cui si entra a Grosseto… e qui, qualche centinaio di metri prima di entrare nello spiazzo rotatorio dove sorge l'ospedale della Misericordia, vera porta della città maremmana, c'è un cippo funerario. È ancora sul ciglio di un campo con i profili dei monti lontano e l'aria cristallina del giorno. Sormontato da una robusta croce di pietra grigia è circondato da un senso di pace, nonostante la Senese proprio accanto e le case che stanno ormai costruendo tutt'intorno. Io lo immagino anche nelle notti d'inverno, le notti fredde di campagna, non come quelle delle metropoli, le notti buie, dove regna il silenzio e la solitudine, spazzate dal vento e intrise di mistero e spiritualità.

C'è un nome su questo cippo, che non dirò. Il nome di un giovane, morto a 26 anni. E poi una scritta… che dice così:

questo è luogo di grande sventura
il cerchio della morte apparse
e non si ritrasse
finché il fuoco della vendetta
con sé non lo portò

la moglie misericordiosa


Lo vidi per la prima volta nel 1995 quando mi trasferii da Roma a Grosseto seguendo mia moglie. Facevamo, avevamo sempre fatto anche a Roma, delle lunghe passeggiate. E una delle nostre prime passeggiate a Grosseto fu su quella pedonabile… verso Roselle, verso la campagna maremmana anche allora immensa come oggi. La Senese metteva un po' paura, densa com'era di macchine ma la stradina era fresca ed ombrosa in quel pomeriggio d'estate e la pace della campagna intorno ci infuse coraggio e calma.
Il cippo era immerso nella vegetazione, nei folti fili delle erbacce del ciglio della strada, lambito dai rovi del fosso accanto, circondato dai rampicanti parassiti: sembrava senza tempo e fuori luogo. Ciò che vi era scritto scuoteva l'animo ma restava muto per il tanto tempo passato. E questo acuiva la mia commozione. La stele era antica. Il giovane era morto nel '53 e la moglie, molto probabilmente, lo aveva fatto erigere subito dopo, forse nel '54… o nel '55 quando, credo, il dolore doveva essersi in parte acquietato.

Pensai a quel giovane morto ormai da 43 anni ed a sua moglie morta forse anche lei. Pensai alla pace di quei campi, a quel ciglio di strada, a come improvvisa la morte avesse colpito, alla scritta terribile che non lascia scampo se non nel misericordiosa finale, al dolore e alla rabbia senza fine che aveva provato quella donna. Meditai sull'accenno alla vendetta senza trovarvi o cercarvi ragioni ma solo solidarietà con quelle persone che tanto avevano sofferto.

Soffrivo per il loro dolore e quell'ara funeraria mi si incise nell'animo.

Ci sono tornato altre volte ed ho sempre sostato in riflessione davanti a quel monumento rendendo omaggio a quella sofferenza antica e dimenticata, ermetica e inconoscibile. Sempre, la pace della campagna intorno e la violenza impastata lì, mi hanno fatto meditare. Anche oggi, a distanza di dieci anni dalla separazione da mia moglie.

Si… il tempo ci allontana sempre più dalle persone che abbiamo amato e che in un modo o nell'altro abbiamo perso.
E forse la forza con cui quel cippo si era impresso nel mio animo testimoniava l'intima ed ancora sconosciuta mia consapevolezza che di li a poco mi sarei separato dalla donna a cui desideravo legare per sempre la mia vita.


Grosseto, 30 Luglio 2009

domenica 26 luglio 2009

I lampioni di Roma

È bella Roma tutta scura ma brillante
nelle chiazze dei lampioni
che accarezzano i suoi monumenti
che accarezzano questo primo freddo

martedì 21 luglio 2009

Un racconto: Non ho voglia

«Non ho voglia di scrivere» disse Paolo, chinando la testa e passandosi una mano fra i capelli.
Quel gesto remissivo provocò un’ondata di simpatia nella donna che gli stava davanti.
«In realtà non ho voglia di fare niente» proseguì «sono completamente abulico e chiuso in non so quale parte di me stesso, ormai da molto tempo».
«La tua vita non ha significato, lo perde? Senti che lo perde?».
«Non so, non mi interessano le cose che mi interessavano un tempo. Altri modi di pensare, altre riflessioni, altri accadimenti, altre sensazioni fisiche, altre emozioni».
«Forse stai solo invecchiando».
E lui sorrise. «Mi sento stanco» disse «si, vecchio!».
«Ma non lo sei, non abbastanza».
«Lo sono sempre stato. Saturno, il pianeta del mio segno. Ne ho sempre sentito il morso».
I loro occhi si incontrarono. Figlia di un matematico napoletano, pensò Paolo… l’amo. Amo i suoi riccioli fini e morbidi, scuri, che scendono giù in onde scomposte ma voluttuose, i suoi occhi color dell’acciaio e del magnete, i suoi occhi che mi fanno pensare al ghiaccio, all’acqua, ai Poli, al pensiero scientifico, alla ragione… amo il suo viso dai lineamenti perfetti e sensuali, il suo corpo appesantito dagli anni e dai figli ma giocoso e voluttuoso, la sua passione quando ci incontriamo, il perfetto modo che abbiamo di stare insieme.
«Caro… » disse lei e gli passò una mano sui capelli scendendo con la carezza fino al viso.
Lui l’abbracciò, la strinse al suo fianco, e appoggiò la testa alla sua, di lato. Era bellissimo stare con lei.
«Finché sarai al mio fianco non avrò mai paura», le sussurrò.

sabato 6 giugno 2009

Un racconto: Il premier

Quell'uomo era il suo anfitrione in politica, la persona a cui doveva tutto il suo successo, il suo protettore, il capo del suo partito, un partito vincente che governava da tempo il paese. Ora erano vicini per fare, insieme, le foto per la sua campagna elettorale. Sua, non del premier. Ecco… il premier... lui era lì, accanto, sorridente, nel suo doppiopetto blu scuro. Gli sorrideva, lo coccolava... il premier si fidava di lui, lo considerava una sua creatura ed aveva piacere a stargli accanto per aiutarlo nella competizione elettorale.
Mettendogli una mano sulla spalla, il premier gli sorrise e poi, guardando verso gli obiettivi, gli disse che si dispiaceva di non poter rimanere oltre le foto poiché aveva almeno altri quattro impegni in quel pomeriggio. «Ed almeno due la sera», aggiunse. Lui gli sorrise a sua volta sussurrandogli: «Grazie premier, non preoccuparti».

Lui sentiva a pelle questa atmosfera amichevole di sorrisi e pacche sulle spalle, di stima e di convenevoli, di argomenti politici da trattare, di progetti da definire. E sentiva anche altro. Sentiva che quell'uomo, il suo capo, il premier del suo partito, non gli piaceva. Anzi, avvertiva un vero e proprio odio verso di lui. In realtà sapeva che il premier era assolutamente corrotto e visto che egli era stato educato a sani principi morali provenendo da una schiatta di magistrati statali, pur non osando allontanarsi dalla corrente ideologica della sua stirpe, era disgustato dalla corruzione del suo capo. Ed il suo premier era la persona più corrotta che lui avesse mai conosciuto - e ne aveva conosciute. Quante ne aveva viste, sentite e scoperte su di lui e sul suo entourage più stretto. La mia famiglia, pensava, ha sempre impostato ad un equo comportamento il proprio rapporto con il mondo e con gli altri. Pur appartenendo all'alta borghesia abbiamo sempre cercato un equilibrio fra tutte le componenti del paese e della società. Il premier no. Il premier era solamente interessato al suo tornaconto personale. Come un maniaco ossessivo non aveva altra idea che coltivare – a tutti i costi - i propri interessi personali. E questi consistevano soprattutto nell’accumulare ricchezza e potere a danno di tutti. Questo, Guido - era il suo nome - non lo concepiva, odiava questo modo di fare – e di essere - con tutte le sue forze.

Per anni si era chiesto come poteva fare a mediare fra il disgusto che gli dava quell’uomo e la voglia di affermare la propria volontà e prassi politica anche all’interno di un partito che non brillava per desiderio di armonia sociale essendo una diretta emanazione delle classi più potenti. Non era riuscito a darsi una risposta non volendo neanche passare alla sponda, diciamo così, democratica, per non venir meno alle matrici ideologiche familiari. Eppure questo dilemma scavava nella sua coscienza, ne inibiva il comportamento, lo martoriava nell’anima e in tante notti lo faceva svegliare di soprassalto con mille rivoli di sudore freddo nella schiena. Il fatto era che Guido era una persona specchiatamente onesta e, in quel partito di falchi e rapaci profittatori sanguisughe delle ricchezze e risorse altrui, era assolutamente fuori luogo. Quindi il premier diventava anche il bersaglio dell’odio che egli nutriva per la prassi politica del partito in cui militava. Certo il premier era il corruttore dei corruttori, il padre di tutti i mali che affliggevano non solo il suo partito ma anche la coalizione di forze di cui faceva parte. Un bel casino, pensò per l’ennesima volta. Se non ci fosse lui, che era il maestro dei corruttori, sicuramente la vita del partito ne avrebbe beneficiato. Forze più portate agli interessi generali del paese avrebbero avuto maggiore voce. Alcuni leader di partiti oramai usciti dalla coalizione, leader portati meno verso il “particulare”, si sarebbero riavvicinati ed insieme avrebbero potuto battersi per la modernizzazione del paese e per rilanciare quella tanto attesa politica di riforme sociali ormai non più procrastinabile.

Sentiva che un giorno il suo odio sarebbe diventato così grande che non sarebbe più riuscito a frenarlo. Lo avrebbe eliminato, ucciso, accoltellato… forse proprio così… in un’occasione di questo genere. Pensò a Bruto ma non gli parve che il suo premier avesse la statura di un Cesare. Pensò anche che non era vero che la variante umana è insignificante. Pensò ad Hitler: se quel sergente inglese durante la prima guerra mondiale lo avesse ucciso forse non ci sarebbero stati Buchenwald od Auschwitz. Non è vero, non è vero - si disse - che tutti gli uomini - in un determinato contesto storico - si comportano allo stesso modo. Nessun uomo – ed in nessun luogo, fisico o storico – si comporta da variante insignificante.

Salutò sorridendo il premier con una stretta di mano ma avrebbe voluto dargli una coltellata al cuore.

domenica 25 gennaio 2009

Umiltà

Semplicemente vivo
svelando a me stesso e al mondo
fragilità e forza

mercoledì 21 gennaio 2009

Lungo le rotte di sud-est, la versione originale

Lungo le rotte di sud-est
vecchie auto corrono veloci
sui lungomare screpolati

Vecchie sensazioni del nuovo mondo

Lucide lampade di città senza tempo
sepolte nel fondo degli evi passati
crude e dure lame di vecchia conoscenza
mentre ascolto il sonoro carnale
delle vecchie sensazioni del nuovo mondo

Stanze buie vuoti pomeriggi
vecchie sedie nell'angolo
e nitore d'armi - nuove - nell'altro
crude lame di morte
acciaio temprato al laser delle mille e una notte
"Fuori c'è vento" fa l'uomo accanto alla finestra
e lampi di cobalto risplendono nel suo cervello

Fragole stridenti
il fuoco dello spazio ha lasciato il suo segno
polvere e vento arrivano cosmici da altri universi
luce lunare accende di nuovo calore
gli screpolati lungomare di sud-est
ed io risento ancora perdio ancora
vecchie sensazioni di un nuovo mondo

anni '70

mercoledì 24 dicembre 2008

domenica 7 dicembre 2008

Primo esercizio di scrittura creativa: mostrare, non dire.

Provate a descrivere una persona tramite gli atti che compie e non scrivendo di come è.

Ad esempio se è un disonesto descrivete quando compie atti disonesti come fare la cresta sui soldi della spesa. Fate capire al lettore con i fatti quanto questa persona è disonesta od onesta o altro.

E' una buona regola fare questo; soprattutto è indice di un certo mestiere nella scrittura di un testo.

Ricordatevi comunque che ogni regola può essere infranta. E quando ve ne sarete impadroniti potrete usarla dove riterrete opportuno... (e quello farà parte del vostro stile).

domenica 16 novembre 2008

Poesie preferite - Una poesia di K. Kavafis: Troiani

Il maggior poeta greco dei suoi tempi.


Sono, gli sforzi di noi sventurati,
sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani.
Qualche successo, qualche fiducioso
impegno; ed ecco, incominciamo
a prendere coraggio, a nutrire speranze.

Ma qualche cosa spunta sempre, e ci ferma.
Spunta Achille di fronte a noi sul fossato
e con le grida enormi ci spaura.

Sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani.
Crediamo che la nostra decisione e l’ardire
muteranno una sorte di rovina.
E stiamo fuori, in campo, per lottare.

Poi, come giunge l’attimo supremo,
ardire e decisione se ne vanno:
l’anima nostra si sconvolge, e manca;
e tutt’intorno alle mura corriamo,
cercando nella fuga scampo.

La nostra fine è certa. Intonano, lassù;
sulle mura, il canto funebre.
Dei nostri giorni piangono memorie, sentimenti.
Pianto amaro di Priamo e d’Ecuba su noi.



Per chi vuole approfondire:

http://www.oliari.com/storia/kavafis.html


Poesie preferite - Una poesia di Carlos Nejar: Poesia della devastazione

Nato nel 1939 a Porto Alegre, in Brasile.
In Italia è uscita la raccolta Miei cari vivi.


C'è una devastazione
nelle cose e negli esseri,
come se un vulcano
sollevasse le sopracciglia
e lì, su quella terra,
si posassero intere le
angosce, solitudini,
passate disperazioni
e tutta la condizione
di uomo senza soglia,
ventura così corta,
punizione estrema.

C'è una devastazione
nelle acque e negli esseri;
i pesci, con il loro vigore,
si sciolgono nell'ombelico
di questo vulcano di squame.

C'è una devastazione
nelle piante e negli esseri;
l'uomo ricurvo
con la palpebra sulle ginocchia.
La lava soffierà
mentre noi vivremo.



Per chi vuole approfondire:

http://www.filidaquilone.it/num001oliveira.html



martedì 11 novembre 2008

La vita nuova

Irene non sapeva se fosse un buon segno o l'inizio della catastrofe, ma di sicuro sapeva che niente sarebbe più stato come prima... comunque, quell'ascensore non l'avrebbe preso, non sarebbe andata da quella donna, non le avrebbe chiesto le ragioni del rapporto che lei aveva allacciato con suo marito, né da quanto tempo era iniziata la loro storia, né del perché lei l'avesse troncata causando in Cesare, il marito, la pesante depressione a cui era andato incontro nei mesi precedenti e che l'aveva costretta, proprio quel giorno, ad abbandonare la casa in cui erano vissuti per quindici anni ed a portarsi dietro la figlia tornando a vivere dai propri genitori.
Aver preso la decisione di lasciarlo le era costato. Lei era sempre stata convinta della giustezza della vita familiare ed il loro rapporto nei primi anni di convivenza e poi di matrimonio era stato splendido. La nascita della figlia li aveva resi ancora più felici ed il focolare domestico, poi, per tutti e due, era importantissimo: il rifugio dal mondo, la felicità costruita insieme, nelle piccole cose, nell'intimità, nel sentirsi a casa…
Le venne alla mente, come un flash, la scena di "Uno sguardo dal ponte" quando lui, ormai ferito mortalmente, dice alla figlia: - Portami a casa. Voglio andare a casa.
Ecco, la casa, la famiglia, vista come la base del mondo, della vita in comune, dove gli affetti e le relazioni, se espressi in modo positivo, sono il sale dell'esistenza, il suo significato ultimo e conseguente, il rifugio contro la stoltezza e l'assurdità… l'ermetismo del mondo. Ecco, lei a questo aveva creduto con tutto il cuore ed a questo aveva uniformato la sua vita ed i comportamenti.
Ed era stato tragico per lei vedere deformarsi quel mondo, quell'uomo, quelle certezze, quelle aspettative, quella loro progettualità, quel loro nido d'amore. Come era potuto accadere? Irene sapeva che l'animo umano è insondabile, che gli anni e le esperienze... la vita... cambiano gli uomini; che tutto scorre, che le cose vanno come devono andare, che tutto è così poco immanente. Ma sapeva anche che è bello poter guardare il proprio uomo negli occhi e nei suoi occhi profondi vedere il grande amore che nutre per la propria compagna. Succede, pensava Irene… a tante succede. Ed era vero, pensava. Pensava ai propri genitori che si erano amati tutta la vita. Ai suoi zii che avevano fatto altrettanto. Pensava a quando li vedeva guardarsi negli occhi con tanto, tanto amore, ed a lungo, e sussurrarsi qualcosa baciandosi con tenerezza, anche ora che erano anziani, anche prima, anche sempre.
Ma sapeva Irene, che non a tutti è dato di essere così fortunati; che il Paradiso Terrestre non era per lei, non con quell'uomo, non in questo periodo della sua vita. Lo amava ancora, e tanto, ma non poteva più vivere con lui… No, non avrebbe preso quell'ascensore, non avrebbe continuato su quella strada, doveva vivere positivamente. Scese le scale dell'androne di lei ed uscì nel cortile luminoso. Decise che sarebbe andata a prendere Flaminia a scuola, subito, e che con lei sarebbe andata a casa dei genitori. Non aveva paura. Da quel giorno iniziava una vita nuova.

Roma 11 Novembre 2008

mercoledì 5 novembre 2008

Un racconto: Il sergente


- Dai, cammina, stronzo.
Il sergente dette un colpo sul fianco dell’uomo col piatto del calcio del fucile, togliendogli il respiro. L’uomo ansimò e barcollò con sofferenza. Gli occhi erano grigi, spenti, piatti. Il volto emaciato, sporco, affilato nella fatica e nel dolore.
- Metti le mani sulla testa e cammina, testa di cazzo. - disse il sergente dandogli un calcio sul polpaccio sinistro – ti faccio vedere io a farmi fare ‘sta sfacchinata, montenegrino di merda.

Incrociarono dei soldati, che salivano lungo il sentiero, poi videro altri uomini che risalivano… piccoli, lontani di qualche gola più in basso. “Fra poco…” pensò il sergente.
- Ehi, sergè, com’è su da voi? Grigia come qua o avete un po’ di sole? - chiese uno dei soldati che stavano incrociando.
- Ma che hai voglia di chiacchierare? Non rompere, come vuoi che sia in questo posto di merda? Piove sempre, qui… e poi con ‘sti testa di cazzo – accennò al prigioniero – da portare a spasso…
- Poverommini sono, sergè, pure loro.
- Si, col cazzo.
L’altro soldato che stavano incrociando disse sottovoce al compagno: - Lascialo perdere che è una testa di minchia.
- Com’è la strada, giù? Si scivola? Siete solo voi e quegli altri, oggi? - fece il sergente accendendosi il mozzicone di sigaretta che aveva preso dal taschino.
- E’ brutta, dovete fare attenzione, sergè, si scivola… c’è solo il V plotone che sta salendo… e giù si fatica anche di più. Avete una cicca per me?
Il sergente tirò fuori un altro mozzicone e lo diede al soldato. Poi diede uno spintone al prigioniero: – Noi andiamo, addio.

Scesero con grande attenzione cercando di non scivolare sulla roccia fradicia, il prigioniero in silenzio, il sergente che smadonnava, la pioggia che cadeva forte ed il vento che rendeva la giornata tagliente come una lama. Il sentiero era difficile, improvvisamente, ai lati, si aprivano dirupi profondi, la natura era inospitale, dura, fredda, viscida. Il secondo gruppo di soldati era passato da un pezzo, diretto verso una delle cime del monte, verso quel poco di caldo del campo.

Ora il sergente era assorto, la piega della bocca era crudele, gli occhi erano vitrei. Disse al prigioniero di fermarsi e di voltarsi verso di lui. L’uomo si voltò e il sergente lo spinse con forza. L’uomo capì e gridò: - Cane! - in italiano, ma non riuscì a mantenersi in equilibrio e spalancando le braccia nell’ultimo tentativo di contrastare la spinta verso il burrone, precipitò nella profonda forra umida.
Il sergente si sedette su una pietra lungo il ciglio del burrone, si accese un altro mozzicone di sigaretta, aspirò, guardandosi intorno silenziosamente. La pioggia non cadeva più, il vento ed il mondo s’erano fermati ma al sergente non importava. Aspirò il mozzicone finché non si bruciò le dita, poi lo gettò nel dirupo. Si alzò e cominciò a ripercorrere la strada verso la cima del monte, verso il campo, pensando al rapporto da fare.

Il giovane tenente era alto, 180 cm. Un gigante, in confronto ai suoi uomini. Volontario, la fronte ampia, intelligente, amante degli aereoplani, era finito nel genio della fanteria a combattere una dura guerriglia sulle montagne montenegrine. I suoi uomini lo stimavano molto. Nelle situazioni pericolose, non si tirava mai indietro, lui andava per primo, lui dava l’esempio. Ascoltò il rapporto del sergente e mentre ascoltava pensava ai suoi uomini. Il tenente non lo sapeva allora, ma tutti quei suoi uomini, 120, sarebbero morti... chi durante la ritirata in Russia, chi fucilato dai tedeschi, chi sotto il terribile bombardamento di Terni.
Ma quel sergente, no. Rifletteva il tenente, su quell'uomo e quei suoi rapporti spesso opachi e dubbi. Poi prese la sua decisione: quel sergente avrebbe finito qui la sua carriera. Lo congedò e telefonò al comando giù a valle. Quindi prese carta e penna e scrisse al suo superiore una lettera dove chiedeva che, per il sospetto omicidio di alcuni prigionieri, quel verme venisse messo sotto processo e fucilato dal Tribunale Militare di Cettigne.


Montenegro 1942 - Roma 2008



Il tenente e parte dei suoi uomini

sabato 20 settembre 2008

Jugoslavia (contro la violenza)

Nei caldi mesi dell'infanzia,
accoccolati nelle calde fontane,
stanno i bimbi uccisi dalla neve
e dal freddo furore degli uomini.

Le loro bocche vuote
i loro occhi diafani,
guardano altre primavere
e i loro cuori sono preda di lupi.

Nel silenzio del mattino,
nella notte di cartapesta alle porte,
essi sorvegliano le strade
come sentinelle affamate.

La loro paura è eterna,
il loro dolore è pietra,
nessun paradiso, mai più,
li scalderà.

Sabato 20 settembre 2008, ore 1.51, Roma

lunedì 8 settembre 2008

Una canzone: Ma che amore di ragazza

Ma che amore di ragazza
deve essere un po' pazza
Cuore cuore cuore
cuore cuore cuore
batti cuore.
Primi giorni della scuola
il mio cuore no, non vola
ma che strana malattia
che il mio cuore porta via

Poi nessuna m'ha mai amato
tanto tempo è ormai passato
sai, la giovinezza se n'è andata
d'un sol fiato
Ma che amore di ragazza
deve essere un po' pazza
primi giorni della scuola
il mio cuore no, non vola

L'altro giorno l'ho incontrata
era solo un po' invecchiata
una lunga camminata
e poi un appuntamento in centro
Ma che amore di ragazza
deve essere un po' pazza
cuore cuore
cuore cuore
cuore ancora batti cuore
cuore cuore
cuore cuore
cuore ancora batti cuore

Primi giorni della scuola
il mio cuore no, non vola
ma che strana malattia
che la vita porta via
ma che strana malattia
che la vita porta via

anni '90

domenica 31 agosto 2008

Un racconto: Il diario semiserio di Eva, la prima donna

Lunedì. Anno 0. Mese da definire. Giorno 1.

Mi chiamo Eva e sono nata dalla costola di questo sciocco che mi sta accanto. Lui si chiama Adamo. Lui!? lo ha creato Dio, un… un… Non So Cosa che io non ho mai visto, ma che dice di avermi creata dalla sua – di Adamo - costola… sono un po’ confusa.
Questo Adamo non mi piace, sembra un po’ tonto, in verità, muove la testa su e giù ed allunga sempre le mani… cosa gli viene da toccare, poi, non lo so. Eppure credo che dovrò farmelo piacere per forza. È l’unico uomo sulla terra.
Beh!, di questo almeno ho consapevolezza: lui è un uomo ed io sono una donna… ma che differenza c’è?

Mercoledì. Anno 0. Mese da definire. Giorno 3

Come mai questa discrepanza di due giorni, chiederete voi? Forse non esiste il due? Meglio così; poi non ve la meneranno con la radice quadrata di due numero perfetto che, però, sfugge a qualsiasi tentativo di innalzarlo a perfezione.
Si, purtroppo per voi il due esiste, solo che ieri, indaffarata a togliermi di dosso le mani di questo polpo amebico che ho qui accanto e a girarmi un po’ intorno per capire dove mi trovavo – un amenissimo posto, del resto – non ho avuto tempo per il mio diario. Avevo una voglia irrefrenabile di scrivere ma non sono riuscita a trovare un attimo di tempo per poterlo fare, mondo cane (?!?).
Il problema è che non ho nessuno per chiacchierare e quindi devo per forza rivolgermi a te mio diario, anche per scacciare quell’energumeno che pensa solo ad una cosa: mettermi le mani addosso, dicendogli: “Non posso, caro Adamo, sto scrivendo il mio diario”. – anche perché sono sicura che è utile prendere appunti in un ambiente nuovo come questo…
Comunque, oggi sono stata in centro, nel bosco che ha – Dio, lo sconosciuto – appena creato. Quanta varietà di strani, non so come definirli… l’unica definizione che mi viene è che sembrano pressappoco come quell’attrezzo che viene in su - sfidando qualsiasi forza di gravità - ad Adamo quando comincia a toccarmi… comunque, dicevo, quanta varietà di strani attrezzi, con tante parti morbide, come i miei capelli, e verdi, di tante belle sfumature di verde…

Giovedì. Anno 0. Mese: Da definire. Giorno 4

Ho deciso di tenere il mio diario tutti i giorni, costi quel che costi.
Già ieri mi chiedevo come mai tante cose le so e tante non le so: forse mi indottrinano durante la notte. Ad esempio so, oggi, che quei cosi dritti si chiamano alberi, ma non so ancora come si chiamano quei capelli verdi che hanno, lì, in alto. E poi perché, mi chiedo, ad Adamo i capelli (neri) stanno alla base dell’albero ed agli alberi in cima? Non lo capisco… un’altra cosa che non capisco è perché quel suo albero vuole infilarlo dappertutto. Stamattina l’ho trovato che l’aveva infilato in un buco di talpa e poi l’aveva ritratto urlando come un pazzo e con un graffiettino che colava qualche goccia di sangue (aveste visto che scene che ha fatto, sembrava morto!) perché quella, la talpa, per difendersi glielo aveva addentato. Forse vorrebbe essere albero anche lui, mi sono detta. Come gli alberi sono un tutt’uno con la terra che li accoglie, anche lui vuole ricreare questo stato unitario… del resto anche lui ha verso l’alto una chioma (ah, vedi, mi è venuta anche questa) di capelli neri e potrebbe essere un tipo di albero diverso… poi dopo l’ho beccato che cercava di metterlo in bocca ad una gallina e mi sono detta: “No, non è questa la spiegazione!”. Ecco, a proposito, gallina è un’altra parola che mi viene subito… come porco! se penso ad Adamo. Misteri della fede – Toh! Anche questa… fede… che bella parola…

Sabato. Anno 0. Mese da definire. Giorno 6

Scusatemi… scusatemi… i miei buoni propositi di scrivere assolutamente sempre il mio diario sono saltati subito.
È che ieri Adamo, il deficiente, mi è corso appresso come uno scalmanato per tutto il giorno... immagino le risate che si sarà fatto il Non So Cosa vedendo il fattaccio. Voleva per forza infilarmi quel suo coso dappertutto ma io non ne avevo nessunissima intenzione… mica sono un buco di talpa, io... e se poi mi resta appiccicato, che faccio? È stata durissima, urlava, saltava, sembrava non avesse mai visto una donna!! in effetti, io sono l’unica…
E se ce ne fosse un’altra? Proverebbe a saltare anche addosso a lei? Questo pensiero provoca in me una certa gelosia. E' uno stupidotto, si, ma sento una certa affezione per lui...

Insomma, per farla breve, sono scappata dal bruto per ore ed ore, per le valli, i dirupi, gli anfratti, i boschi ed i sottoboschi di questo incantevole luogo. (Querce, melograni, gelsomini profumati, salici maestosi). La cosa mi è tornata utile per esplorare il territorio, bellissimo, tranquillo, ameno, silenzioso, incontaminato e cristallino. Laghetti purissimi, torrenti immacolati, cascatelle voluttuose, ed infine... uscendo in una radura, sulla sommità di una collinetta, improvvisamente... una vista immensa... e lontano, lontano, una pianura blu in cui si animavano tanti spruzzi bianchissimi che le davano un senso di moto fluttuante e che si riperdevano e rianimavano nell’azzurro acciaio di quella pianura in movimento. E poi un rumore, forte, sordo, continuo, ma così affascinante, ritmico, ammaliante, che riempiva l'universo ed il mio cuore. Anche lo stupido, sbucato dalle frasche del bosco come un forsennato, col corpo in avanti e le braccia che ruotavano come mulinelli, quasi stesse cadendo, si è fermato ed è rimasto lì, in silenzio, guardando ed ascoltando... annusava anche un po' l'aria. Ci mancava solo che mi venisse accanto e appoggiasse saldamente un braccio sulla mia spalla come in Via col vento…(?!?)… di che cose stranissime parlo…

Anche io ho annusato, allora, e sentivo un odore diverso da quello del bosco: era un odore forte che pungeva le narici e che a tratti faceva bruciare gli occhi. Era l'odore di quell'immensa, meravigliosa pianura. Siamo rimasti lì a lungo... il cielo e la pianura avevano in parte lo stesso colore ed erano spruzzati di bianco entrambi. Forse quello era Dio, forse lui ci aveva creati? Tante domande mi affollavano la mente. Volevo scendere, avvicinarmi e toccare quel territorio fluttuante azzurro e bianco, ma non ne ho avuto il coraggio. Poi mi sono accorta che Adamo stava ricominciando ad agitarsi, sentivo qualcosa indurirsi contro di me e le sue mani ricominciare ad agitarsi frenetiche per palparmi ed allora ho ricominciato a correre, veloce come un fulmine... ma non senza prima avergli dato una spinta ed averlo fatto ruzzolare giù per qualche metro…

Insomma, caro diario, oggi ho avuto solo il tempo per scappare dal bruto… ehi, dico, ma è vita questa?

Domenica. Anno 0. Mese da definire. Giorno 7

Caro Diario, oggi è successa una cosa terribile, terribile, terribile…
Mi viene da piangere a pensarci…
ok, andiamo per ordine…

La giornata è iniziata bene. Appena svegliata l’aria era così mite che mi è venuta voglia di fare una passeggiata. Ho lasciato il bruto che dormiva bocconi fra i fiordalisi e mi sono incamminata nel bosco, verso nord stavolta. Camminando l’aria si faceva più fresca ed il cielo più terso, la mattinata era adamantina, non una nuvola, non un suono, non un animale. Ad un certo punto sono giunta in un punto, quasi un crocicchio di sentieri, dove c’era un alberello bellissimo, pieno di fiori bellissimi, bianchi e gialli, carnosi ed odorosi e con dei frutti rossissimi, tondi come le mammelle di una donna, le mie… Ohe!! Adamo!! Mi è venuto da gridare, ma non l’ho fatto… il pensiero delle sue manacce mi ha bloccato subito… smanioso com’è…

Poi mentre mi chino ad odorare quei bellissimi fiori, mi sento afferrare le suddette, mentre il maniaco cerca di entrare in me e di infilarmi come una pollastra… allora mi divincolo con forza ma lui mi ri è sopra, gli do un calcio… “Adamo piantala!!!” Niente, il bruto è proprio esagitato e si erge furente sopra di me, mi abbranca, si arrotola alle mie gambe, mi tiene i capelli biondi e lunghissimi per non farmi scappare… io sgattaiolo, lo allontano, lo scalcio con tutte le forze che sento, ormai, venir meno…
Afferro della terra, gliela getto negli occhi e lo contengo per un attimo ma lui, cacciando un ululato furibondo, torna di nuovo all’attacco. Sono ormai disperata, prendo altra terra pronta a lanciargliela negli occhi e ad assestargli un bel calcio sull’attrezzo ma lui lo schiva e mi agguanta i fianchi. Rotoliamo per il pendio vicino al meraviglioso alberello e lì ormai l’inevitabile sta per compiersi… la mia mano stringe ancora la terra per passargliela e strofinargliela su quel suo grugno famelico, quando da dietro la pianta appare un serpente che mi fa, con voce alla Ka: ” Sorellina, non lo vedi com’è affamato? Dagli questo che il suo appetito si placherà!” E mi porge uno di quei pomi rossi e tondi… io prendo quell’aiuto insperato e senza pensarci su lo caccio in gola allo stupido dicendo: “Addenta che così ti calmi”. Lui, sorpreso, istintivamente morde, e…

Non l’avessi mai fatto……..

D’un tratto il cielo si oscura, onusto di nubi cupe e minacciose… e mi prende un terrore tale che il mio corpo cade a terra, squassato e senza forza… poi, le nubi si squarciano ed ecco scendere, lento e maestoso, dall’alto, un gigante vestito di bianco, con folti e morbidi capelli candidi e una bella e lunga barba ancor più candida, che a vederlo sembra simpatico e dolce ma che invece, appena esplode con la sua voce roboante, mi accorgo che è superincazzatonero…
”Adamo ed Eva!?! Cosa avete osato? Come avete osato?... Adamo, io avevo fatto un patto con te. Ed era quello di non mangiare il frutto dell’Albero della Conoscenza” – ed io, sebbene terrorizzata, do una gomitata ad Adamo: “Ma perché non mi dici le cose, bisonte?”
“Tu, invece,” prosegue il Barbapapà “Mi hai disubbidito. È così che, pur essendo stati da Me creati a Mia immagine e somiglianza, Mi onorate e Mi rispettate? Così seguite l’Unico Desiderio del Vostro Antico Padre?”
Noi eravamo completamente frastornati… ma chi era costui? Ed il serpente, cosa c’entrava? Cos’era, una messa in scena?
“Adamo, per avermi disubbidito, ti costringerò a lavorare… dovrete lavorare… con fatica, con sangue e con sudore, senza la sicurezza del domani. Tu, Eva, dovrai anche partorire (?!? - Ma sempre a noi donne il doppio del lavoro?) con tante lacrime ed ancor più dolore. Conoscerete la morte e la vecchiaia, la guerra, la fame, la miseria, la ricchezza – quella la subirete -, l’infelicità, Madonna e Prince, l’ingiustizia. Tutte cose assai tremende stando a quel terribile Vecchio.
Poi, subitaneamente spuntati da dietro le Sue spalle, due esseri biondi con ali d’oro e spade di fuoco cominciano con quelle a punzecchiarci causandoci grandi dolori…
“Ora andate” continua il Vecchio ”ma nella notte preparerete le vostre povere cose. Domattina sarete cacciati per sempre dal Paradiso Terrestre. Andrete a vivere in oscure, aride e dolorose lande dove né uomini, né animali, né natura vi daranno tregua. Questa è la Mia Parola. Questa, è la Parola di Dio”.

Dio… pensai… Colui che mi ha creata, seppur dalla costola di questo stupidotto… mi venne da piangere… ero così desolata che, rimasta sola, piansi a lungo, amaramente… piansi, piansi e piansi… piansi anche per te, mio amato diario… chissà quando avrei potuto riscriverti e rileggerti… chissà come… forse mai, mio carissimo amico… forse ancora… ma sarebbe stato lontano… in chissà quale tempo.

Lunedì. Anno 0. Mese da definire. Giorno 8

Il tempo…


Eva

31 agosto 2008

venerdì 29 agosto 2008

Come Montale

Feci come Montale
disse di non fare.
Non me ne pentii

29/8/2008

martedì 26 agosto 2008

Un racconto di Carla B. - Ponte Milvio

Roma, Ponte Milvio. Una mattina di settembre.

Ha piovuto stanotte e nell’aria fresca si avverte un presagio dell’autunno imminente. Il cielo è striato di nubi che il sole nascente sta dissolvendo.

Poca gente a quest’ora: qualche venditore ambulante, dei rari passanti, due adolescenti che discorrono appoggiate al parapetto.
Un uomo e una donna, non più giovani, hanno appena imboccato il ponte e avanzano tenendosi per mano. Sorridono, ogni tanto si abbracciano e si baciano con passione. Si fermano a poca distanza dalle due ragazze e restano a guardare il fiume che scorre sotto di loro.

Le ragazze si sono appena ritrovate dopo le vacanze estive e si stanno raccontando le ultime novità. Avranno al massimo 15 o 16 anni. Una delle due, la più alta, ha i capelli castani lunghi, indossa jeans a vita bassa e una canottiera a strisce che sembra una divisa da carcerato, l’altra è minuta, i capelli corti rosso fuoco, un piercing al naso ed è tutta in nero e borchie di metallo.

La bruna smette di parlare, qualcosa ha attirato la sua attenzione. L’amica la guarda interdetta.
D’improvviso la ragazza bruna grida: “NO!”. L’altra si allarma: “Che c’è, che succede?”.
“Non ci posso credere… l’ha buttata!”. La rossa la incalza: “Oddio, chi, cosa??? Buttato chi? Parla!”. Il cuore le fa un balzo, pensa subito al peggio… un suicidio? Un omicidio? Chi ha buttato chi? Scruta ansiosamente il fiume. Non sarebbe il primo suicidio a cui assiste: sei mesi fa, proprio da questo ponte, ha visto gettarsi un uomo nel fiume, è scomparso subito, portato via dalle rapide. Inutili i soccorsi, chiamati all’istante. Troppo fredda l’acqua in quel periodo.
La ragazza rabbrividisce… “Insomma vuoi dirmi che è successo?!?”. La bruna scoppia a ridere. “Ma dai, scema… non è successo niente. E’ solo che… lui (indica l’uomo) ha agganciato un lucchetto a quel palo e insieme hanno buttato la chiave nel fiume… scusa se ti ho spaventato”.
“Sul serio?” risponde incredula la rossa, e si gira a guardare la coppia , che ha ripreso a baciarsi con foga. “Chi, quei due che stanno pomiciando?” “Proprio loro”. “Come nel video di Tiziano Ferro?”. “Esatto”. “Oddio che melensi…”
Riflettono in silenzio, scandalizzate. La rossa ha il piercing sul naso che vibra per l’indignazione, poi sbotta: “Non è possibile… avranno almeno 50 anni!”. “Eh sì”, le fa eco la bruna scuotendo la testa. “Non c’è più religione… un tempo l’amore era roba da giovani… guardali, avranno l’età dei nostri genitori!”.

Si avvicinano al palo, incuriosite. L’uomo e la donna non se ne accorgono nemmeno, intenti come sono a guardarsi negli occhi.
Agganciato agli appositi sostegni installati dal comune di Roma, allineato insieme a decine, centinaia di lucchetti, scorgono quello appena lasciato dalla coppia. Sul lucchetto nuovo di zecca spiccano due iniziali, vergate accuratamente con pennarello indelebile blu: una C e una P.

“Come si chiameranno?” chiede la bruna. L’altra ci pensa, poi ipotizza: “forse Claudio e Patrizia… o Cecilia e Pietro… o Pascal e Colette, Paride e Cassandra, Porzia e Cornelio…”.
“Ma dai, non dire fesserie! Forse si chiamano semplicemente Carla e Paolo.” conclude la bruna. “Ma in fondo a noi che ci frega? Affari loro… dai, torniamo a noi. Dimmi di te, come va col tuo ragazzo?” “Chi, quell’idiota? L’ho mollato…”. “Sul serio? Dai, racconta…”

“Saranno rincoglioniti ma sembrano felici…” pensa tra sé la bruna con invidia. Quanto vorrebbe anche lei essere stretta così…

Il ponte è inondato di luce. I due si parlano, le loro voci sono poco più di un sussurro.

Carla B.

25 Agosto 2008

domenica 24 agosto 2008

Un racconto: Frammento di una lettera d'amore

. . . . . . . . .

Questi brandelli di pensiero, che riesco a catturare ed inchiodare qui, sulla carta, sono la testimonianza più chiara e certa dell'immensità del dono che il 1983 ci ha fatto. Al di sopra e al di là dell'unione dei nostri corpi che serenamente ci siamo proibita perché inattuabile se non temporaneamente, al di sopra e al di là del dolore che ogni secondo ci brucia per questa rinuncia, al di sopra e al di là dell'atroce incubo di saperti abbandonata nell'amplesso con un altro uomo che, legittimamente, ti possiede; al di sopra e al di là di tutte le cose più orribili che si possano immaginare, esiste, per me, la certezza dell'approdo tranquillo e sereno nello squarcio di azzurro dei tuoi occhi e, per te, l'eterna e dolce carezza delle mie mani.
Come può non essere immenso un anno in cui tu, nella stupenda meraviglia del lago di Braies, hai sentito veramente il mio passo accanto al tuo e il mio braccio che ti cingeva la vita? Come non può essere immenso un anno in cui io ho acquisito la certezza di vivere, sempre, per te, con te e in te, amore mio infinito, un anno in cui, il mio sessantaduesimo anno di vita, ho imparato per la prima volta a dire "ti amo" con la sincerità e la dolcezza delle lacrime che ora mi stanno riempiendo gli occhi?
Ti bacio con tanta dolcezza, passione e amore infinito e, per gli anni che compi domani, ti auguro di avere sempre la certezza che l'immensità della nostra vita è garantita dalla cosa più bella dell'universo e del tempo: il nostro amore onesto, reale, sincero!
Ti amo ancora di più!

Mario

Una canzone: Io Mi Ricordo Di Te

Io mi ricordo di te
la scorsa estate al mare,
bella come la luna d'inverno,
come un amore a lungo trattenuto
bella come il dolore
che disegnava le linee del tuo viso
bella come un amore
che lascia il segno
e dopo un giorno muore

Giochi, giochi d'estate
giochi di sere mai dimenticate
e la pelle tua stupenda
la fila di perle
delle tue spalline
e i tuoi occhi vicini
troppo vicini, vicini, vicini
le tue labbra bagnate
le tue parole
solo un po' affrettate

Poi seduti in quel caffè
io non sentivo
nient'altro che te
te che chiedevi del vino
una sigaretta
se dava fastidio
te che chiedevi il mio cuore
te che chiedevi
tutto il mio amore
poi un leggero mal di testa
e nei tuoi occhi
un po' di linee profonde

Poi in un giorno d'inverno
quella notizia di te
di quella tua malattia
che in un mese
ti porterà via...

Di te m'è rimasta la rabbia
di te m'è rimasto il dolore,
la sabbia, la rabbia,
il dolore di te...

Ed anche se non ci sei più
anche se non ci sei più
ed anche se non ci sei più
tu sei ancora tutto per me....

1999

Una canzone: Ahi, Mia Bella Città

Vorrei venirti a trovare
sul far dell'estate
quando gocciano i gelsomini
e l'aria è d'oro di luce

Ahi, mia bella città
quanto soffrii per te
Ahi, mia bella città
quanto soffrii per te

Invano sedetti
sui tuoi lungofiume
aspettando un cenno
del tuo risveglio

un solo gesto di coraggio
a sbarrare
l'avanzare forte della notte
un solo gesto di coraggio
a sbarrare
l'avanzare forte della notte

Ahi, mia grande città
dai lungofiume incatenati
dai parapetti al tramonto
luci sospese di case.

Il fiume ti guarda scorrendo
come sempre in silenzio
il fiume ti guarda
ed eterna
ha paura di te

2002

Una canzone: Si Tu Lo Sai

Sai, cosa vuol dire rabbia
cosa vuole dire fuoco?
Si tu lo sai
nella mia mente
così viva, così presente
si tu lo sai

Sai,
le tue mani
scavano deserti lontani.
Si tu lo sai
nella mia mente
così viva, così presente
si tu lo sai.

Sai,
le tue mani
aprono universi lontani.
Si tu lo sai
nella mia mente
così viva, così presente
si tu lo sai

si tu lo sai
si tu lo sai
si tu lo sai...

1986

Una canzone: Noi Tutti Qui

Dedicata a Nelson Mandela quando era ancora in prigione. Parla la moglie.

Si guarda il mondo coi tuoi occhi
si urla, urla la tua rabbia
il triste giorno che t'han preso
ho urlato e pianto
pianto a lungo

Vieni qui, vieni con me,
venite tutti insieme,
noi tutti qui, noi tutti ora,
noi tutti qui, noi tutti ora.

Le pietre del tempo ti chiuderanno
non uscirai vivo di lì.
Io grido, grido la tua rabbia
io grido, grido i tuoi diritti.

Vieni qui, vieni con me,
venite tutti insieme,
noi tutti qui, noi tutti ora,
noi tutti qui, noi tutti ora.

Il mondo è stanco, stanco di guerra
il mondo è stanco, stanco di morte
Io sono stanco della mia libertà
tu sei stanco della tua prigione.

Vieni qui, vieni con me,
venite tutti insieme,
noi tutti qui, noi tutti ora,
noi tutti qui, noi tutti ora.

1985

venerdì 22 agosto 2008

Filastrocca

Ah, notte rubata!
Ah, filastrocca incantata!
Ah, vita rubata!
A me stesso
Da me stesso rubata!

anni '90

A Plutarco, il mio gatto

Grazie Paolo.
Il modo migliore scegliesti
per rendermi omaggio.
Abbracciare il mio territorio
con lo sguardo e col cuore.
Gli orti, il vicolo,
l'uliveto del Lavagnini,
la ripida scala di rugginoso ferro
che porta al chiostro,
le mura erbose ed antiche
oggetto di scavalchi e di avventure,
l'Argentario lontano.

Immagino i pensieri,
il dolore del tuo cuore
mentre guardi questi miei orti
con dolcezza e malinconia.

In questi luoghi ho ben vissuto,
combattuto orgogliosamente,
amato dolcemente,
passato mille avventure,
corso e giocato con i miei tanti amici gatti,
nomi che tu non sai
ma che sono qui, nel mio cuore.

So che vorresti cercarmi,
mio primo compagno di giochi
almeno un segno
della mia morte vorresti
ma noi gatti siamo
come in vita
anche in morte sfuggenti.

Perciò non preoccuparti
ma ricordami.
Vorresti accarezzarmi ancora
accarezzami con il pensiero
dell'ultimo ricordo
quando mi vedesti sparire
ciondolando dinoccolato
nel buio amico
del Vicolo degli Orti.

Magliano in Toscana, Luglio 1993

Memoria

Antiche forme e antiche forze
tornano con nuovo ardore
ma le mani non afferrano
- non possono più afferrare -
neanche un'ombra dei ricordi antichi.

Quando piano si fa alba
il sole porta ancora vita ed oblio
la luce asciutta ci fa lontani
dal nostro inconscio profondo
mentre tempo dimentica tempo.

Roma, Luglio 1993

Memorie

Il vento che corre al mare
lascia dietro di sé fango bagnato
mentre sul finire della sera
si rincorrono lente
le monotonie della storia.

Qui, nel sito antico
delle nostre parole
rimane tiepida luce.
Qui, su questa costa
lontana dal mondo
e dagli occhi.

Qui, sul lungo sentiero
della nostra vita
nel nostro tempo desolato
nella nostra asciutta spiaggia.

Roma, Luglio 1993

A Daniela

Ti sei accorta che stiamo passando insieme
le scintillanti stagioni della giovinezza?
Ed il tuo cuore, fiera di velluto
vibra nei passi del mio respiro.
Tu sei vento che rivola
fra le dita della mano
alba, rugiada, suono antico di voce,
donna impetuosa, sapiente, sfuggente
luminosa nel sole dei tuoi anni.

Passano lente stagioni
stagioni di grano e di mare
di sole, terrazze e vulcani.
Formano il senso della nostra vita
plasmano viso e respiro
afferrano i nostri cuori
quando insieme,
su antichi balconi,
stupiamo di stelle e lampare.

Ischia 1993

Un racconto: Gli incubi

- Questi incubi non promettono niente di buono. Sono troppi e tutte le notti. -
- Da quanto sono iniziati? - chiese il medico.
- Da Natale . -
- Tutte le notti? -
- Tutte! Mio Dio, non posso andare avanti così. Lei deve aiutarmi. Ho paura. Non riesco più a dormire. Sono terrorizzato. -
- Perché? -
- Perché mi sembra continuino anche da sveglio. Lei, per esempio, potrebbe essere un mio incubo. -
- Oh no signore! Questo non è proprio possibile.. vede? - si alzò, facendomi segno di seguirlo alla finestra - vede quell'uomo seduto sotto quegli alberi, sulla panchina? Beh, io non posso essere un suo incubo perché sono l'incubo di quell'uomo laggiù. -

anni '90

Tenere gli animali in casa

Nella tragica gabbia
incurante della notte
il canarino sta
gli occhi sbarrati
dal sangue delle sue passioni

2000

Una canzone: Cosa Non Va

Cosa non va nelle storie d’amore?
Quando mi baci come balla il mio cuore
Cosa non va in questa città? la felicità!
Quando mi sveglio la mattina
Sai quanto è bello averti vicina
Ma tu non sai cosa farei senza di te
Per il mondo me ne andrei
Senza meta io girerei
Sempre aspettando il tuo ritorno
Accanto a me
Innamorata sempre diversa
Nella città ti senti persa
Cerchi il silenzio e solo il silenzio
Sopra di noi
Solo un tuo gesto
un tuo timido accenno
mi fanno andare fuori di senno
quanto ti voglio ora e per sempre
vicino a me
ma sei lontana immaginata ed io stanotte
t’ho anche sognata
come sei strana bella e lontana
vicino a me
cosa non va negli affari del cuore
quando mi guardi io brucio d’amore
cosa non va in questa città
la felicità
cosa non va
cosa non va cosa non va
nella nostra città
solo la nostra solo la nostra felicità

1997

Una canzone: Lunghe Strade Splendenti

Lungo tutti i tuoi sogni
non mi ricorderai
lunghe strade splendenti
non mi mancherai
notti e notti di sangue
sempre cercherai
lungo strade lucenti
che non portano a me (3 volte)

Il silenzio del sangue
Non lo troverai
Lungo strade contorte
Vecchie moto lucenti
Non mi cercherai
Non mi cercherai
Lungo strade splendenti
Che non portano a me (3 volte)

C’è un senso di stasi
Non lo perderò
Ed ancora domani non ti cercherò
Lungo strade splendenti
fari d’auto lucenti
lungo queste autostrade
di cui io sono il re (3 volte)

1985

Un racconto: Il Templare

L'uomo vede una croce su una lapide alla stazione di Santa Marinella.
Forse un templare è sepolto lì, pensa.
Ma voi direte che ci fa, come può essere sepolto un templare sotto la banchina della stazione di Santa Marinella? Anche lui lo pensa ma lavora di fantasia.
La conosce bene Santa Marinella. Tredici begli anni d'infanzia ci ha passato. Ha lasciato il cuore e la sua gioventù in quei luoghi e quegli odori: gli eucalipti al tramonto col loro forte sentore, la ferrovia lontana, la madre - giovane e bella -, il mare azzurro e roccioso, le notti odorose d'estate.
C'è un cane sul treno, un lupetto molto carino. L'uomo lo guarda incuriosito, ama quel tipo di cane.
- Il templare è il suo cuore? -
- Bah, decidilo tu! -
- Certo il suo cuore non dorme sepolto sotto una banchina. -
- Cosa chiedi alla vita? -
- Amore, soldi, saldezza d'animo. -
- E non li chiedono tutti? -
I grigi stabilimenti di Civitavecchia sfilano alla sua sinistra.
- Il castello del Templare? -
La notte lo inghiotte, le luci lontane. Il treno passa nelle nere campagne.
- La città del leone alato. Ma che fiaba è? -
L'uomo aspetta un amore che non verrà mai. E sorride distratto. Brecht scriveva (ma anche lui all'insaputa di Brecht)... e che so che non verrai...

2002

Un racconto: Cardellini

Uccellini, cardellini, arrivano in sequenza su una banchina di una qualsiasi stazione della triste Roma. Saltellano quì e là... poi, d'un sol colpo, volano via. Subito dopo un treno sfreccia a gran velocità.
Dentro un altro treno, fermo sulla scena, un uomo pensa e scrive. Scrive del suo amore per una donna.
Parte il treno e si infila in una galleria.
L'uomo scrive.
Ieri sera ha avuto una visione. Dall'alto della scalinata di via Milano su un lato del Palazzo delle Esposizioni.
Guardava l'angolo di un altro palazzo che tagliava il crocevia lontano. Improvvisamente a quell'angolo si sovrappone trasparente l'immagine, il viso, della sua donna, i suoi capelli... i suoi occhi... La visione corre verso di lui come il vento, riempie i suoi occhi, il suo cuore, il suo pensiero. L'uomo riflette sulla profondità e sulla forza di ciò che ha visto; ed anche sulla serata passata sulla scalinata di via Milano. Una bella sera. Mite e triste come Roma e le sue opache, magiche luci notturne.
L'uomo ha smesso di scrivere. Prende il telefono e chiama un'altra donna che non risponde. Anch'ella ama. L'uomo ama due donne e non sa cosa fare.
Filano via le case ed il mondo, il treno corre e l'uomo pensa agli occhi dell'una ed ai capelli dell'altra.
La sera scende... il lavoro, la stanchezza, il tran-tran...
Nessuna delle due donne lo ama tanto.
L'uomo ha un segreto d'amore che svelerà solo a chi l'amerà.
Ha anche un motto: vissi con forza. In latino, s'intende.
Vive con forza, infatti. Ma non si sente forte. Tutt'altro. Piccolo, brutto, debole, vile. Ha anche stima, però, di sé. Si sente d'intelligenza superiore alla media. E' vero. A volte molto bello. Anche questo è vero. A volte tutti sono molto belli o d'intelligenza superiore alla media. E' un buon lavoratore, è capace. Potrebbe essere un buon padre.
Si sente vecchio. Sta invecchiando. Ha quarantacinque anni. Lo spirito lo ha giovane ma qualche crepa di stanchezza comincia ad insinuarsi in lui.
L'altro giorno una delle sue donne gli ha detto comincio a sentirmi stanca fisicamente. Lui non vorrebbe che lei lo sentisse, vorrebbe proteggerla dalla stanchezza e dalla vecchiaia. Ma lei non lo ama tanto e molto probabilmente si perderanno.
Pensa l'uomo. Pensa e scrive. Vede il mare vasto ed il suo cuore si riempie. Di che, lui non sa. Forse d'immensità. E di fronte all'immensità, si calma.
La sera avanza e rende il mare di piombo.

2002

La città oscura

Torno nella città oscura
una nera scarpata di vento
dove gli occhi scuri del tuo cuore
non amano compagnia...

2003

Questi giorni dedicati a te

Questi giorni pazzi, folli, d'attesa
questi giorni dedicati a te
questi giorni luminosi, densi di tempo
questi avidi giorni dedicati a te
questi giorni dove tutto si fa stoppia
e passa con l'alito del vento
questi giorni fuori misura, acquosi, tormentati
questi dolci giorni che ti sono stati dedicati.
Questi giorni di orgoglio e di rinascita
questi giorni aspri d'amore
questi giorni così soli, incerti
questi giorni così poco forti
questi giorni dedicati a te.

Questi giorni metallici, pietrosi
questi giorni dove il diamante si immerge nel ferro
dove il mio cuore è un'aquila sognante di te
questi giorni dove il dubbio accompagna il respiro del desiderio
questi giorni dove la forza del mio amore si fa silenzio
per poi esplodere - chissà - con la forza del vento...

Questi silenziosi, strani giorni, dedicati a te.

1982

Una bellezza prepotente

La bellezza prepotente
il corpo aggressivo
la semplicità che si fa mani
questo è ciò che io amo di te

1982

Come terra

Come terra silente parlo di te
Come terra silente sono io
una ricchezza selvaggia
si cela nei nostri sguardi.

anni '80

Una storia

Ebo, dall'armatura facile
e dall'usbergo schiavellato
portava la sua bella cintura di castità
così come tutti in quel secolo.

Gli dissero - sei un verme -
e lui strisciò
ed annegò in ritmi quantici.

Svernando nell'Hollstein
pagò da bere a quattro servi
e fu da questi
inchiavardato e svezzato
in una notte zuccherosa.

Le mogli dei servi ridacchiavano
vedendo la sua spingarda eretta

Poderosamente rinculando
e borbottando sommessi maledetti
si pulì il culo bagnato
ed entrò nella neve fino al petto
per smaltire il suo peccato.

Il suo usbergo canterino
squagliò la neve
col vortice del suo orgasmo
e le sue piaghe virulente
ne uscirono benedette
fino a toccare la fronte del mondo

anni '70

Gioia

La mia gioia è cavalcare nel deserto
sul mio cavallo schiumoso
in sella all'eternità

anni '70

Città

La città ci è vicina
posso sentirne gli odori
tirando su col naso
è sempre la stessa aria un po' triste
nelle strade
nella gente che passa
a volte tira il vento
e sembra sempre che porti via tutto
è sempre fresco il vento
è la cosa che amo di più

anni '70

Omphalos

No. Non riesco a correre.
Non riesco a camminare.
Catene enormi mi trattengono
catene di mass-media e repressioni.
Digital equalizzatori mi spaccano le vene
video computer fanno moltiplicazioni
sulla mia pelle

Pelle?
Un concetto.
Sapore ed odore di una pelle
abbinato a sensualità ed erotismo.
Veneri lesbiche vestite di nero-dark
presentano spettacolari palcoscenici
- pallide annunciatrici della nudità dello spirito -

Tagli, segni, scarnificazioni
la mia mente è in dissesto avanzato
metropolitane elettroniche
mi si precipitano sugli occhi
immagini di lavoro mi divertono
vecchie conosciute quintessenze del potere
brodo di giuggiole
dei coreografi dell'emancipazione
spettacolante-spettacolare.

Ritorno all'Omphalos
ritorno al presente
alle mie mani
alla mia gioia
al mio impegno che ora so
per spezzare le catene che mi/ci
rendono schiavo/i,
checché ne dica la storica evoluzione
ancora schiavo
dopo la rovina
di 2000 anni di cristianesimo.

1992

Rombo sotterraneo

Rombo sotterraneo
che sale, che scende.
Segno tragico.
Intride di magia il silenzio
lo taglia violento
un silenzio puntellato
che non mi appartiene.
Lontano un fantasma
come un rapido risucchio
voci con eco
quasi riverberate
azzerano le mie sensazioni
già azzerate
non dicono niente
non hanno colori.
Una carta di giornale, bianca,
con ritagli al posto delle foto.

Vuoto
muro bianco
pensieri
rabbia.
Omicidio.

Costruito sulla parola, sulla frase
sulla grammatica del deserto.
Un temporeggiare solitario, parlato,
scandito dal respiro verde polmone di foresta,
giungla, bosco mediterraneo
- luci ombre bosco fresco d'estate -.

Qui la luce è catramata
plumbea sostanza ovattata, assenza
brilla di pensieri relativi
pomeriggio intriso di potenziale sangue
roboante, silenzioso,
col pensiero crescente
di un orologio da regalare.

1992

Omaggio a Percorrendo la maremma antica

Poichè non sapevo
dove sarei andato
percorsi il tempo veloce.

Tu donavi il tuo eterno sapore
ed io accanto alla finestra aspettavo
scorrevano le fotografie
ed i volti eterni dei fanciulli che mutavano,
corpi e mani, braccia ben tornite
il vecchio sapore dei tuoi occhi affranti.

A mente mi venivano
la brina mattutina ed il piano
di Percorrendo la maremma antica.

Afflosciati sulle sedie
persi come mani in tasca
svegli come Persei alati
febbrili come un giorno di lavoro in fabbrica
così percorremmo quel tempo veloce
della tua giovinezza.
Non guardandoci neanche in faccia.

Un dio nascosto ci osservava

non rivali, non grandi affanni, credevamo,
non tempi di guerra:
solo quelli riportati
solo quelli appresi
solo quelli narrati.

Eppure un solco scavava
il tuo volto nascosto
mentre assaporava il mio,
tenero come gocce di rugiada,
immerso nella nebbia mattutina,
nel vento che cadeva veloce dal Nord.

anni '90

Mamma

Il tuo cuore
un giorno
fermò il tempo
e tu
passasti
come una carezza
io ti parlai
per fermarti
ma ero lontano
così lontano
che non vidi
il tuo viso

Settembre 1997

La caffettiera

La pace di un mattino
e di una caffettiera gorgogliante
profumi di quell'allegria
che avevamo da bambini
odori di tempi andati
ma ancora presenti
con forza e significato
nella nostra vita
che nuove allegrie
sfiorano e rendono bella

anni '90

Esistono campi

Esistono campi di grano
in cui l'uomo affonda la sua rabbia
esistono strade vuote
in cui l'uomo sfoga il suo malumore
esistono specchi vetri bicchieri
in cui l'uomo trova la sua immagine
spicchi di sole della sua prigionia
catene di monti innevate della sua follia

1973

Ninive

Fiori d'autunno
le tue mani restano ferme
ora
negli spazi senza tempo
in figure geometriche danzanti
ritrovo i tuoi ricordi
e i tuoi colori.

Correva voce un tempo
di quanto fosse grande e potente
il re di Ninive
vecchia polverosa città
nel deserto dell'Asia Minore
e si dice anche che Ninive
fosse la madre del mondo.

Ci sono stato
alla ricerca di me stesso
ma neanche Ninive ho trovato
forse ho sbagliato cielo
forse luogo anno o giorno.

Fiori d'autunno, Ninive la bella
è scomparsa sotto il vostro manto
Le sue grandi mani
ha ritirato e nascosto nella sabbia
le ampie mura ed il vento del deserto
sono solo sensazioni
perdute in ognuno di noi
sepolte nel nostro passato.

1971

Eterna scorre

Eterna scorre
come cenno inafferabile
linguaggio babelico
dono di un Dio sconosciuto
inarrestabile emorragia di energia
serpente Kundalini
sogno del Titano
omaggio all'ermetismo
crittografia del divenire
eterno emblema
eterna scorre.

anni '90

Money's time

Il denaro è tutto
il denaro è l'uomo
il denaro è cambiamento
il denaro è avanzamento
il denaro è progresso
nulla esiste senza il denaro
meno che mai la felicità
Chiedetelo a chi ha abiti sdruciti
chiedetelo a chi non ha mai avuto sicurezze nella vita
chiedetelo a chi chi vive negli slums
chiedetelo ai negri di Soweto
chiedetelo ai guerriglieri in armi
chiedetelo agli abitanti di Afragola
Chiedetelo Chiedetelo Chiedetelo

anni '90

Insieme a te mio amore

Sono stato ospite di brava gente
abbiamo spezzato tante v0lte il pane
e guardato insieme
gli eterni disegni del tramonto.

Le messi sono andate e tornate
gli inverni hanno ordito
le loro trame gelate nelle campagne.

E tante volte anche io sono andato e tornato
insieme a te mio amore

anni '90

Gare di velocità

Padroni della notte
ci scagliammo
contro i nostri deliri
incuranti della bellezza
fino a morirne.

Pregate per noi
che troppa vita uccise
per la nostra anima
che troppa follia uccise.

Assassini e suicidi,
della nostra gioventù
non trovammo il senso.
Questa vita, questo pacco
di violenza e stupidità
senza pensare
ci venne di stroncarla in fretta
come strumento
usammo la velocità.

Pregate per noi
padroni della morte.
Fummo solo
un guizzo rabbioso
del tempo
un solo istante
agro di luce.

anni '90

Cerchiamo di prendere il meglio

Non voglio pensare alla città
il traffico mi annoia
cerco di evitarlo il più possibile.

Contro la città
ho comprato una casa in campagna
vicina,
basta poco per andarci.

Per quei palazzi incombenti
che non riuscivo più a capire
ora ho di fronte un parco
un monte lontano
piccole case di contadini intorno.

Non ho un lavoro fisso
vivo dando lezioni di chitarra
il mio amore studia psicologia.
Questo ci da la possibilità
di non essere coinvolti
più di tanto nel tran-tran cittadino.

Le gite le facciamo
in orari diversi dagli altri
cerchiamo di vivere la città
intelligentemente.
A volte mi chiedo cosa farei
se la gente fosse meno idiota
e la vivesse intelligentemente
come noi.

anni '90

giovedì 21 agosto 2008

Un'arte povera, una storia antica

Un'arte povera o una povera arte?
Un'arte povera e polverosa
un'arte inutile.
Un bambino che tira un sasso in uno specchio
un'arte povera che lentamente si accomoda
e riesce - nel tempo - a farmi partecipe
di un più alto disegno.
Quale?
E quale tempo?
Un'arte povera di contraddizioni e di rischi
desiderata, concepita, annullata,
come uno stormo di uccelli che lento s'invola.
Rimangono poveri alberi polverosi,
una pletora di ideali
ed un gran disegno mancato.
Viva la Loggia dell'Eretteo.

anni '90

Camion

L'autocarro che silenzioso arranca
domina la strada.
Spaurite auto lo sorpassano veloci
mentre incede con maestosa lentezza.

Lontano come sono
non ne sento il rumore.
Sullo sfondo il mare agitato
le alte onde d'acciaio
le navi
il piombo liquefatto del cielo.

Mi vengono alla mente
come rauchi gridi,
gli uccelli carducciani,
non esuli pensieri, ma affermazioni
di leggi evolutive.

Tutto questo si stacca dalla mente
non ci appartiene.
Vivendo isolati non si ha presa sui luoghi.

anni '80

Giovinezza

Bruciammo senza confini
come diavoli che portano il vento in spalla
sotto nuvole tuonanti
in cieli plumbei invernali

anni '80

Un punto d'incontro

Al termine del tempo
alla confluenza dello spirito
sul finire di un sogno da fanciullo
nelle sere odorose d'estate.

Nell'ampio circolo disegnato dalla tua gonna
nei tuoi fianchi neri d'amore
nel grave grido dell'uomo
lontano, sulla moltitudine di vette innevate:

Nei fucili e nelle armi dei guerriglieri
nei tradimenti e nelle nefandezze
dei lenti vicoli della storia
nel ricordo del giorno della memoria

Nei tram che portano lontano
nelle strade che partono dalla tua
e delle quali ti domandi dove vanno
senza voler dare una risposta.

anni '90

mercoledì 20 agosto 2008

Un proclama: Berlino 1989

Cadono i muri nel mondo
quando cadranno i muri
nelle nostre coscienze?
Io sono per tutta la gente di Berlino,
dell'est e dell'ovest.
Per l'eterna pace nel mondo.

I potenti possono dire altrettanto?
Kohl chiede subito
alla Polonia non comunista
la restituzione dei territori
presi dopo la guerra.
Questo vedono i potenti,
creano muri e li introiettano
in tutti.
Nessun muro sarà mai abbattuto
se prima loro non saranno abbattuti.

Berlinesi dell'est e dell'ovest,
non perdete coraggio
ma chiedete di più.
Se già tanto avete ottenuto
dovete voler ottenere di più.

Gli oppressi di tutto il mondo
sono con Voi.
Nutrite le Vostre teste.
Alimentate le Vostre coscienze.
Altri Vi seguiranno.

1989

Vorrei vederti

Quando costruisci castelli per me
non sai quanto mi piace e come,
a volte, li distrugga con angoscia.

Vorrei vederti venire una notte
a giocare nel parco
a ripetere "ti amo"
con espressione sorpresa.

E se ancora non ti cerco
è perché sono sciocco
ed ho paura a parlarti così.

Vorrei vederti una notte
lì al parco
che ti carezzi dolcemente le spalle
e mi parli d'amore.

anni '80

Il tempo antico

Il tempo antico era un raccolto perduto
narrava la sua libertà
ma il fuoco nascondeva il volto del deserto.

Macchiate di porpora,
le ali della farfalla risucchiavano l'alba.
Il tempo scorreva lacero
come foglio di carta velina.

Velate donne
affumicavano le occhiaie del disgelo.
Raccogliere ostriche era il gioco preferito
degli aviti cavalieri del presente.

anni '70

Il tempo antico (n.2)

Il tempo antico
è pasto di Dei.

Correre lungo le colline,
dormire per altri mille giorni;
viverti, di grande gioia pieno,
l'antica pietra incastonata
nel cuore fecondo.

Amore, vita eterna, felicità per te!

Sabato andaluso...
un momento e sono da te.

anni '80

Matto

Matto matto matto.
Vibro come puro acciaio.
Penso alla morte.

Nello sterminio del mattino
scorre in cerchio
il mare della vita.

Mi nutro di carne, spirito,
sangue, genitalità.

Ascolto musiche arabescate,
fremo al tocco di minuscole campane,
sono nel Tibet, ora.

Seguo le strade che portano al tempio,
assaporo il sapore dolce, lontano, dell'oblio.

anni '80

L'oblio

L'immensità si fa carne.
Nel mattutino silenzio stellare
la sottile linea del cosmo
rivela il suo destino.

Le mani afferrano cascate di ghiaccio
nell'orgia vibrante della vita.
Io credo nei tempi remoti
in cui l'Uomo era tutt'uno con Dio.

L'eternità sembra una goccia,
una corda vibrante
l'alba mi fa impazzire,
il mio cuore accarezza l'oblio.

anni '80

Tragico sotteraneo

Non riesco a dormire,
da diciotto ore.

Abboccano all'amo
sporcati dalla vita
i pensieri più indomabili
che una mente possa avere.

Quintessenza del potere.
Facilità pubblicitaria.

Qualcuno rientra sempre
nelle case del deserto
dove solitari cavalieri
vivono in notti sconfinate.

La televisione ci colpisce,
tutta la tecnologia...
ma io non voglio dormire
non addormentare la mia coscienza

Capace di rimanere sveglio
per dieci giorni di seguito,
l'uno all'altro,
m'addormento così...

Chi canta? Chi è?
Chi crede ancora nel deserto?
Sono troppo intelligente
per farmi fregare da voi!

Leggo testualmente:
"I lieder di Brahms".

fine anni '70