venerdì 31 luglio 2009

Il cippo funerario

C'è una pedonabile che in uscita da Grosseto costeggia per un paio di chilometri la Senese, la pericolosa strada che porta a Siena. Affianca il lato della carreggiata con cui si entra a Grosseto… e qui, qualche centinaio di metri prima di entrare nello spiazzo rotatorio dove sorge l'ospedale della Misericordia, vera porta della città maremmana, c'è un cippo funerario. È ancora sul ciglio di un campo con i profili dei monti lontano e l'aria cristallina del giorno. Sormontato da una robusta croce di pietra grigia è circondato da un senso di pace, nonostante la Senese proprio accanto e le case che stanno ormai costruendo tutt'intorno. Io lo immagino anche nelle notti d'inverno, le notti fredde di campagna, non come quelle delle metropoli, le notti buie, dove regna il silenzio e la solitudine, spazzate dal vento e intrise di mistero e spiritualità.

C'è un nome su questo cippo, che non dirò. Il nome di un giovane, morto a 26 anni. E poi una scritta… che dice così:

questo è luogo di grande sventura
il cerchio della morte apparse
e non si ritrasse
finché il fuoco della vendetta
con sé non lo portò

la moglie misericordiosa


Lo vidi per la prima volta nel 1995 quando mi trasferii da Roma a Grosseto seguendo mia moglie. Facevamo, avevamo sempre fatto anche a Roma, delle lunghe passeggiate. E una delle nostre prime passeggiate a Grosseto fu su quella pedonabile… verso Roselle, verso la campagna maremmana anche allora immensa come oggi. La Senese metteva un po' paura, densa com'era di macchine ma la stradina era fresca ed ombrosa in quel pomeriggio d'estate e la pace della campagna intorno ci infuse coraggio e calma.
Il cippo era immerso nella vegetazione, nei folti fili delle erbacce del ciglio della strada, lambito dai rovi del fosso accanto, circondato dai rampicanti parassiti: sembrava senza tempo e fuori luogo. Ciò che vi era scritto scuoteva l'animo ma restava muto per il tanto tempo passato. E questo acuiva la mia commozione. La stele era antica. Il giovane era morto nel '53 e la moglie, molto probabilmente, lo aveva fatto erigere subito dopo, forse nel '54… o nel '55 quando, credo, il dolore doveva essersi in parte acquietato.

Pensai a quel giovane morto ormai da 43 anni ed a sua moglie morta forse anche lei. Pensai alla pace di quei campi, a quel ciglio di strada, a come improvvisa la morte avesse colpito, alla scritta terribile che non lascia scampo se non nel misericordiosa finale, al dolore e alla rabbia senza fine che aveva provato quella donna. Meditai sull'accenno alla vendetta senza trovarvi o cercarvi ragioni ma solo solidarietà con quelle persone che tanto avevano sofferto.

Soffrivo per il loro dolore e quell'ara funeraria mi si incise nell'animo.

Ci sono tornato altre volte ed ho sempre sostato in riflessione davanti a quel monumento rendendo omaggio a quella sofferenza antica e dimenticata, ermetica e inconoscibile. Sempre, la pace della campagna intorno e la violenza impastata lì, mi hanno fatto meditare. Anche oggi, a distanza di dieci anni dalla separazione da mia moglie.

Si… il tempo ci allontana sempre più dalle persone che abbiamo amato e che in un modo o nell'altro abbiamo perso.
E forse la forza con cui quel cippo si era impresso nel mio animo testimoniava l'intima ed ancora sconosciuta mia consapevolezza che di li a poco mi sarei separato dalla donna a cui desideravo legare per sempre la mia vita.


Grosseto, 30 Luglio 2009

domenica 26 luglio 2009

I lampioni di Roma

È bella Roma
tutta scura ma brillante
nelle chiazze dei lampioni
che accarezzano
i suoi monumenti
che accarezzano
questo primo freddo.


martedì 21 luglio 2009

Un racconto: Non ho voglia

«Non ho voglia di scrivere» disse Paolo, chinando la testa e passandosi una mano fra i capelli.
Quel gesto remissivo provocò un’ondata di simpatia nella donna che gli stava davanti.
«In realtà non ho voglia di fare niente» proseguì «sono completamente abulico e chiuso in non so quale parte di me stesso, ormai da molto tempo».
«La tua vita non ha significato, lo perde? Senti che lo perde?».
«Non so, non mi interessano le cose che mi interessavano un tempo. Altri modi di pensare, altre riflessioni, altri accadimenti, altre sensazioni fisiche, altre emozioni».
«Forse stai solo invecchiando».
E lui sorrise. «Mi sento stanco» disse «si, vecchio!».
«Ma non lo sei, non abbastanza».
«Lo sono sempre stato. Saturno, il pianeta del mio segno. Ne ho sempre sentito il morso».
I loro occhi si incontrarono. Figlia di un matematico napoletano, pensò Paolo… l’amo. Amo i suoi riccioli fini e morbidi, scuri, che scendono giù in onde scomposte ma voluttuose, i suoi occhi color dell’acciaio e del magnete, i suoi occhi che mi fanno pensare al ghiaccio, all’acqua, ai Poli, al pensiero scientifico, alla ragione… amo il suo viso dai lineamenti perfetti e sensuali, il suo corpo appesantito dagli anni e dai figli ma giocoso e voluttuoso, la sua passione quando ci incontriamo, il perfetto modo che abbiamo di stare insieme.
«Caro… » disse lei e gli passò una mano sui capelli scendendo con la carezza fino al viso.
Lui l’abbracciò, la strinse al suo fianco, e appoggiò la testa alla sua, di lato. Era bellissimo stare con lei.
«Finché sarai al mio fianco non avrò mai paura», le sussurrò.

sabato 6 giugno 2009

Un racconto: Il premier

Quell'uomo era il suo anfitrione in politica, la persona a cui doveva tutto il suo successo, il suo protettore, il capo del suo partito, un partito vincente che governava da tempo il paese. Ora erano vicini per fare, insieme, le foto per la sua campagna elettorale. Sua, non del premier. Ecco… il premier... lui era lì, accanto, sorridente, nel suo doppiopetto blu scuro. Gli sorrideva, lo coccolava... il premier si fidava di lui, lo considerava una sua creatura ed aveva piacere a stargli accanto per aiutarlo nella competizione elettorale.
Mettendogli una mano sulla spalla, il premier gli sorrise e poi, guardando verso gli obiettivi, gli disse che si dispiaceva di non poter rimanere oltre le foto poiché aveva almeno altri quattro impegni in quel pomeriggio. «Ed almeno due la sera», aggiunse. Lui gli sorrise a sua volta sussurrandogli: «Grazie premier, non preoccuparti».

Lui sentiva a pelle questa atmosfera amichevole di sorrisi e pacche sulle spalle, di stima e di convenevoli, di argomenti politici da trattare, di progetti da definire. E sentiva anche altro. Sentiva che quell'uomo, il suo capo, il premier del suo partito, non gli piaceva. Anzi, avvertiva un vero e proprio odio verso di lui. In realtà sapeva che il premier era assolutamente corrotto e visto che egli era stato educato a sani principi morali provenendo da una schiatta di magistrati statali, pur non osando allontanarsi dalla corrente ideologica della sua stirpe, era disgustato dalla corruzione del suo capo. Ed il suo premier era la persona più corrotta che lui avesse mai conosciuto - e ne aveva conosciute. Quante ne aveva viste, sentite e scoperte su di lui e sul suo entourage più stretto. La mia famiglia, pensava, ha sempre impostato ad un equo comportamento il proprio rapporto con il mondo e con gli altri. Pur appartenendo all'alta borghesia abbiamo sempre cercato un equilibrio fra tutte le componenti del paese e della società. Il premier no. Il premier era solamente interessato al suo tornaconto personale. Come un maniaco ossessivo non aveva altra idea che coltivare – a tutti i costi - i propri interessi personali. E questi consistevano soprattutto nell’accumulare ricchezza e potere a danno di tutti. Questo, Guido - era il suo nome - non lo concepiva, odiava questo modo di fare – e di essere - con tutte le sue forze.

Per anni si era chiesto come poteva fare a mediare fra il disgusto che gli dava quell’uomo e la voglia di affermare la propria volontà e prassi politica anche all’interno di un partito che non brillava per desiderio di armonia sociale essendo una diretta emanazione delle classi più potenti. Non era riuscito a darsi una risposta non volendo neanche passare alla sponda, diciamo così, democratica, per non venir meno alle matrici ideologiche familiari. Eppure questo dilemma scavava nella sua coscienza, ne inibiva il comportamento, lo martoriava nell’anima e in tante notti lo faceva svegliare di soprassalto con mille rivoli di sudore freddo nella schiena. Il fatto era che Guido era una persona specchiatamente onesta e, in quel partito di falchi e rapaci profittatori sanguisughe delle ricchezze e risorse altrui, era assolutamente fuori luogo. Quindi il premier diventava anche il bersaglio dell’odio che egli nutriva per la prassi politica del partito in cui militava. Certo il premier era il corruttore dei corruttori, il padre di tutti i mali che affliggevano non solo il suo partito ma anche la coalizione di forze di cui faceva parte. Un bel casino, pensò per l’ennesima volta. Se non ci fosse lui, che era il maestro dei corruttori, sicuramente la vita del partito ne avrebbe beneficiato. Forze più portate agli interessi generali del paese avrebbero avuto maggiore voce. Alcuni leader di partiti oramai usciti dalla coalizione, leader portati meno verso il “particulare”, si sarebbero riavvicinati ed insieme avrebbero potuto battersi per la modernizzazione del paese e per rilanciare quella tanto attesa politica di riforme sociali ormai non più procrastinabile.

Sentiva che un giorno il suo odio sarebbe diventato così grande che non sarebbe più riuscito a frenarlo. Lo avrebbe eliminato, ucciso, accoltellato… forse proprio così… in un’occasione di questo genere. Pensò a Bruto ma non gli parve che il suo premier avesse la statura di un Cesare. Pensò anche che non era vero che la variante umana è insignificante. Pensò ad Hitler: se quel sergente inglese durante la prima guerra mondiale lo avesse ucciso forse non ci sarebbero stati Buchenwald od Auschwitz. Non è vero, non è vero - si disse - che tutti gli uomini - in un determinato contesto storico - si comportano allo stesso modo. Nessun uomo – ed in nessun luogo, fisico o storico – si comporta da variante insignificante.

Salutò sorridendo il premier con una stretta di mano ma avrebbe voluto dargli una coltellata al cuore.

domenica 25 gennaio 2009

Umiltà

Semplicemente vivo
svelando a me stesso e al mondo
fragilità e forza

mercoledì 21 gennaio 2009

Lungo le rotte di sud-est, la versione originale

Lungo le rotte di sud-est
vecchie auto corrono veloci
sui lungomare screpolati

Vecchie sensazioni del nuovo mondo

Lucide lampade di città senza tempo
sepolte nel fondo degli evi passati
crude e dure lame di vecchia conoscenza
mentre ascolto il sonoro carnale
delle vecchie sensazioni del nuovo mondo

Stanze buie vuoti pomeriggi
vecchie sedie nell'angolo
e nitore d'armi - nuove - nell'altro
crude lame di morte
acciaio temprato al laser delle mille e una notte
"Fuori c'è vento" fa l'uomo accanto alla finestra
e lampi di cobalto risplendono nel suo cervello

Fragole stridenti
il fuoco dello spazio ha lasciato il suo segno
polvere e vento arrivano cosmici da altri universi
luce lunare accende di nuovo calore
gli screpolati lungomare di sud-est
ed io risento ancora perdio ancora
vecchie sensazioni di un nuovo mondo

anni '70

mercoledì 24 dicembre 2008

domenica 7 dicembre 2008

Primo esercizio di scrittura creativa: mostrare, non dire.

Provate a descrivere una persona tramite gli atti che compie e non scrivendo di come è.

Ad esempio se è un disonesto descrivete quando compie atti disonesti come fare la cresta sui soldi della spesa. Fate capire al lettore con i fatti quanto questa persona è disonesta od onesta o altro.

E' una buona regola fare questo; soprattutto è indice di un certo mestiere nella scrittura di un testo.

Ricordatevi comunque che ogni regola può essere infranta. E quando ve ne sarete impadroniti potrete usarla dove riterrete opportuno... (e quello farà parte del vostro stile).

domenica 16 novembre 2008

Poesie preferite - Una poesia di K. Kavafis: Troiani

Il maggior poeta greco dei suoi tempi.


Sono, gli sforzi di noi sventurati,
sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani.
Qualche successo, qualche fiducioso
impegno; ed ecco, incominciamo
a prendere coraggio, a nutrire speranze.

Ma qualche cosa spunta sempre, e ci ferma.
Spunta Achille di fronte a noi sul fossato
e con le grida enormi ci spaura.

Sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani.
Crediamo che la nostra decisione e l’ardire
muteranno una sorte di rovina.
E stiamo fuori, in campo, per lottare.

Poi, come giunge l’attimo supremo,
ardire e decisione se ne vanno:
l’anima nostra si sconvolge, e manca;
e tutt’intorno alle mura corriamo,
cercando nella fuga scampo.

La nostra fine è certa. Intonano, lassù;
sulle mura, il canto funebre.
Dei nostri giorni piangono memorie, sentimenti.
Pianto amaro di Priamo e d’Ecuba su noi.



Per chi vuole approfondire:

http://www.oliari.com/storia/kavafis.html


Poesie preferite - Una poesia di Carlos Nejar: Poesia della devastazione

Nato nel 1939 a Porto Alegre, in Brasile.
In Italia è uscita la raccolta Miei cari vivi.


C'è una devastazione
nelle cose e negli esseri,
come se un vulcano
sollevasse le sopracciglia
e lì, su quella terra,
si posassero intere le
angosce, solitudini,
passate disperazioni
e tutta la condizione
di uomo senza soglia,
ventura così corta,
punizione estrema.

C'è una devastazione
nelle acque e negli esseri;
i pesci, con il loro vigore,
si sciolgono nell'ombelico
di questo vulcano di squame.

C'è una devastazione
nelle piante e negli esseri;
l'uomo ricurvo
con la palpebra sulle ginocchia.
La lava soffierà
mentre noi vivremo.



Per chi vuole approfondire:

http://www.filidaquilone.it/num001oliveira.html



martedì 11 novembre 2008

La vita nuova

Irene non sapeva se fosse un buon segno o l'inizio della catastrofe, ma di sicuro sapeva che niente sarebbe più stato come prima... comunque, quell'ascensore non l'avrebbe preso, non sarebbe andata da quella donna, non le avrebbe chiesto le ragioni del rapporto che lei aveva allacciato con suo marito, né da quanto tempo era iniziata la loro storia, né del perché lei l'avesse troncata causando in Cesare, il marito, la pesante depressione a cui era andato incontro nei mesi precedenti e che l'aveva costretta, proprio quel giorno, ad abbandonare la casa in cui erano vissuti per quindici anni ed a portarsi dietro la figlia tornando a vivere dai propri genitori.
Aver preso la decisione di lasciarlo le era costato. Lei era sempre stata convinta della giustezza della vita familiare ed il loro rapporto nei primi anni di convivenza e poi di matrimonio era stato splendido. La nascita della figlia li aveva resi ancora più felici ed il focolare domestico, poi, per tutti e due, era importantissimo: il rifugio dal mondo, la felicità costruita insieme, nelle piccole cose, nell'intimità, nel sentirsi a casa…
Le venne alla mente, come un flash, la scena di "Uno sguardo dal ponte" quando lui, ormai ferito mortalmente, dice alla figlia: - Portami a casa. Voglio andare a casa.
Ecco, la casa, la famiglia, vista come la base del mondo, della vita in comune, dove gli affetti e le relazioni, se espressi in modo positivo, sono il sale dell'esistenza, il suo significato ultimo e conseguente, il rifugio contro la stoltezza e l'assurdità… l'ermetismo del mondo. Ecco, lei a questo aveva creduto con tutto il cuore ed a questo aveva uniformato la sua vita ed i comportamenti.
Ed era stato tragico per lei vedere deformarsi quel mondo, quell'uomo, quelle certezze, quelle aspettative, quella loro progettualità, quel loro nido d'amore. Come era potuto accadere? Irene sapeva che l'animo umano è insondabile, che gli anni e le esperienze... la vita... cambiano gli uomini; che tutto scorre, che le cose vanno come devono andare, che tutto è così poco immanente. Ma sapeva anche che è bello poter guardare il proprio uomo negli occhi e nei suoi occhi profondi vedere il grande amore che nutre per la propria compagna. Succede, pensava Irene… a tante succede. Ed era vero, pensava. Pensava ai propri genitori che si erano amati tutta la vita. Ai suoi zii che avevano fatto altrettanto. Pensava a quando li vedeva guardarsi negli occhi con tanto, tanto amore, ed a lungo, e sussurrarsi qualcosa baciandosi con tenerezza, anche ora che erano anziani, anche prima, anche sempre.
Ma sapeva Irene, che non a tutti è dato di essere così fortunati; che il Paradiso Terrestre non era per lei, non con quell'uomo, non in questo periodo della sua vita. Lo amava ancora, e tanto, ma non poteva più vivere con lui… No, non avrebbe preso quell'ascensore, non avrebbe continuato su quella strada, doveva vivere positivamente. Scese le scale dell'androne di lei ed uscì nel cortile luminoso. Decise che sarebbe andata a prendere Flaminia a scuola, subito, e che con lei sarebbe andata a casa dei genitori. Non aveva paura. Da quel giorno iniziava una vita nuova.

Roma 11 Novembre 2008

mercoledì 5 novembre 2008

Un racconto: Il sergente


- Dai, cammina, stronzo.
Il sergente dette un colpo sul fianco dell’uomo col piatto del calcio del fucile, togliendogli il respiro. L’uomo ansimò e barcollò con sofferenza. Gli occhi erano grigi, spenti, piatti. Il volto emaciato, sporco, affilato nella fatica e nel dolore.
- Metti le mani sulla testa e cammina, testa di cazzo. - disse il sergente dandogli un calcio sul polpaccio sinistro – ti faccio vedere io a farmi fare ‘sta sfacchinata, montenegrino di merda.

Incrociarono dei soldati, che salivano lungo il sentiero, poi videro altri uomini che risalivano… piccoli, lontani di qualche gola più in basso. “Fra poco…” pensò il sergente.
- Ehi, sergè, com’è su da voi? Grigia come qua o avete un po’ di sole? - chiese uno dei soldati che stavano incrociando.
- Ma che hai voglia di chiacchierare? Non rompere, come vuoi che sia in questo posto di merda? Piove sempre, qui… e poi con ‘sti testa di cazzo – accennò al prigioniero – da portare a spasso…
- Poverommini sono, sergè, pure loro.
- Si, col cazzo.
L’altro soldato che stavano incrociando disse sottovoce al compagno: - Lascialo perdere che è una testa di minchia.
- Com’è la strada, giù? Si scivola? Siete solo voi e quegli altri, oggi? - fece il sergente accendendosi il mozzicone di sigaretta che aveva preso dal taschino.
- E’ brutta, dovete fare attenzione, sergè, si scivola… c’è solo il V plotone che sta salendo… e giù si fatica anche di più. Avete una cicca per me?
Il sergente tirò fuori un altro mozzicone e lo diede al soldato. Poi diede uno spintone al prigioniero: – Noi andiamo, addio.

Scesero con grande attenzione cercando di non scivolare sulla roccia fradicia, il prigioniero in silenzio, il sergente che smadonnava, la pioggia che cadeva forte ed il vento che rendeva la giornata tagliente come una lama. Il sentiero era difficile, improvvisamente, ai lati, si aprivano dirupi profondi, la natura era inospitale, dura, fredda, viscida. Il secondo gruppo di soldati era passato da un pezzo, diretto verso una delle cime del monte, verso quel poco di caldo del campo.

Ora il sergente era assorto, la piega della bocca era crudele, gli occhi erano vitrei. Disse al prigioniero di fermarsi e di voltarsi verso di lui. L’uomo si voltò e il sergente lo spinse con forza. L’uomo capì e gridò: - Cane! - in italiano, ma non riuscì a mantenersi in equilibrio e spalancando le braccia nell’ultimo tentativo di contrastare la spinta verso il burrone, precipitò nella profonda forra umida.
Il sergente si sedette su una pietra lungo il ciglio del burrone, si accese un altro mozzicone di sigaretta, aspirò, guardandosi intorno silenziosamente. La pioggia non cadeva più, il vento ed il mondo s’erano fermati ma al sergente non importava. Aspirò il mozzicone finché non si bruciò le dita, poi lo gettò nel dirupo. Si alzò e cominciò a ripercorrere la strada verso la cima del monte, verso il campo, pensando al rapporto da fare.

Il giovane tenente era alto, 180 cm. Un gigante, in confronto ai suoi uomini. Volontario, la fronte ampia, intelligente, amante degli aereoplani, era finito nel genio della fanteria a combattere una dura guerriglia sulle montagne montenegrine. I suoi uomini lo stimavano molto. Nelle situazioni pericolose, non si tirava mai indietro, lui andava per primo, lui dava l’esempio. Ascoltò il rapporto del sergente e mentre ascoltava pensava ai suoi uomini. Il tenente non lo sapeva allora, ma tutti quei suoi uomini, 120, sarebbero morti... chi durante la ritirata in Russia, chi fucilato dai tedeschi, chi sotto il terribile bombardamento di Terni.
Ma quel sergente, no. Rifletteva il tenente, su quell'uomo e quei suoi rapporti spesso opachi e dubbi. Poi prese la sua decisione: quel sergente avrebbe finito qui la sua carriera. Lo congedò e telefonò al comando giù a valle. Quindi prese carta e penna e scrisse al suo superiore una lettera dove chiedeva che, per il sospetto omicidio di alcuni prigionieri, quel verme venisse messo sotto processo e fucilato dal Tribunale Militare di Cettigne.


Montenegro 1942 - Roma 2008



Il tenente e parte dei suoi uomini

sabato 20 settembre 2008

Jugoslavia (contro la violenza)

Nei caldi mesi dell'infanzia,
accoccolati nelle calde fontane,
stanno i bimbi uccisi dalla neve
e dal freddo furore degli uomini.

Le loro bocche vuote
i loro occhi diafani,
guardano altre primavere
e i loro cuori sono preda di lupi.

Nel silenzio del mattino,
nella notte di cartapesta alle porte,
essi sorvegliano le strade
come sentinelle affamate.

La loro paura è eterna,
il loro dolore è pietra,
nessun paradiso, mai più,
li scalderà.

Sabato 20 settembre 2008, ore 1.51, Roma

lunedì 8 settembre 2008

Una canzone: Ma che amore di ragazza

Ma che amore di ragazza
deve essere un po' pazza
Cuore cuore cuore
cuore cuore cuore
batti cuore.
Primi giorni della scuola
il mio cuore no, non vola
ma che strana malattia
che il mio cuore porta via

Poi nessuna m'ha mai amato
tanto tempo è ormai passato
sai, la giovinezza se n'è andata
d'un sol fiato
Ma che amore di ragazza
deve essere un po' pazza
primi giorni della scuola
il mio cuore no, non vola

L'altro giorno l'ho incontrata
era solo un po' invecchiata
una lunga camminata
e poi un appuntamento in centro
Ma che amore di ragazza
deve essere un po' pazza
cuore cuore
cuore cuore
cuore ancora batti cuore
cuore cuore
cuore cuore
cuore ancora batti cuore

Primi giorni della scuola
il mio cuore no, non vola
ma che strana malattia
che la vita porta via
ma che strana malattia
che la vita porta via

anni '90

domenica 31 agosto 2008

Un racconto: Il diario semiserio di Eva, la prima donna

Lunedì. Anno 0. Mese da definire. Giorno 1.

Mi chiamo Eva e sono nata dalla costola di questo sciocco che mi sta accanto. Lui si chiama Adamo. Lui!? lo ha creato Dio, un… un… Non So Cosa che io non ho mai visto, ma che dice di avermi creata dalla sua – di Adamo - costola… sono un po’ confusa.
Questo Adamo non mi piace, sembra un po’ tonto, in verità, muove la testa su e giù ed allunga sempre le mani… cosa gli viene da toccare, poi, non lo so. Eppure credo che dovrò farmelo piacere per forza. È l’unico uomo sulla terra.
Beh!, di questo almeno ho consapevolezza: lui è un uomo ed io sono una donna… ma che differenza c’è?

Mercoledì. Anno 0. Mese da definire. Giorno 3

Come mai questa discrepanza di due giorni, chiederete voi? Forse non esiste il due? Meglio così; poi non ve la meneranno con la radice quadrata di due numero perfetto che, però, sfugge a qualsiasi tentativo di innalzarlo a perfezione.
Si, purtroppo per voi il due esiste, solo che ieri, indaffarata a togliermi di dosso le mani di questo polpo amebico che ho qui accanto e a girarmi un po’ intorno per capire dove mi trovavo – un amenissimo posto, del resto – non ho avuto tempo per il mio diario. Avevo una voglia irrefrenabile di scrivere ma non sono riuscita a trovare un attimo di tempo per poterlo fare, mondo cane (?!?).
Il problema è che non ho nessuno per chiacchierare e quindi devo per forza rivolgermi a te mio diario, anche per scacciare quell’energumeno che pensa solo ad una cosa: mettermi le mani addosso, dicendogli: “Non posso, caro Adamo, sto scrivendo il mio diario”. – anche perché sono sicura che è utile prendere appunti in un ambiente nuovo come questo…
Comunque, oggi sono stata in centro, nel bosco che ha – Dio, lo sconosciuto – appena creato. Quanta varietà di strani, non so come definirli… l’unica definizione che mi viene è che sembrano pressappoco come quell’attrezzo che viene in su - sfidando qualsiasi forza di gravità - ad Adamo quando comincia a toccarmi… comunque, dicevo, quanta varietà di strani attrezzi, con tante parti morbide, come i miei capelli, e verdi, di tante belle sfumature di verde…

Giovedì. Anno 0. Mese: Da definire. Giorno 4

Ho deciso di tenere il mio diario tutti i giorni, costi quel che costi.
Già ieri mi chiedevo come mai tante cose le so e tante non le so: forse mi indottrinano durante la notte. Ad esempio so, oggi, che quei cosi dritti si chiamano alberi, ma non so ancora come si chiamano quei capelli verdi che hanno, lì, in alto. E poi perché, mi chiedo, ad Adamo i capelli (neri) stanno alla base dell’albero ed agli alberi in cima? Non lo capisco… un’altra cosa che non capisco è perché quel suo albero vuole infilarlo dappertutto. Stamattina l’ho trovato che l’aveva infilato in un buco di talpa e poi l’aveva ritratto urlando come un pazzo e con un graffiettino che colava qualche goccia di sangue (aveste visto che scene che ha fatto, sembrava morto!) perché quella, la talpa, per difendersi glielo aveva addentato. Forse vorrebbe essere albero anche lui, mi sono detta. Come gli alberi sono un tutt’uno con la terra che li accoglie, anche lui vuole ricreare questo stato unitario… del resto anche lui ha verso l’alto una chioma (ah, vedi, mi è venuta anche questa) di capelli neri e potrebbe essere un tipo di albero diverso… poi dopo l’ho beccato che cercava di metterlo in bocca ad una gallina e mi sono detta: “No, non è questa la spiegazione!”. Ecco, a proposito, gallina è un’altra parola che mi viene subito… come porco! se penso ad Adamo. Misteri della fede – Toh! Anche questa… fede… che bella parola…

Sabato. Anno 0. Mese da definire. Giorno 6

Scusatemi… scusatemi… i miei buoni propositi di scrivere assolutamente sempre il mio diario sono saltati subito.
È che ieri Adamo, il deficiente, mi è corso appresso come uno scalmanato per tutto il giorno... immagino le risate che si sarà fatto il Non So Cosa vedendo il fattaccio. Voleva per forza infilarmi quel suo coso dappertutto ma io non ne avevo nessunissima intenzione… mica sono un buco di talpa, io... e se poi mi resta appiccicato, che faccio? È stata durissima, urlava, saltava, sembrava non avesse mai visto una donna!! in effetti, io sono l’unica…
E se ce ne fosse un’altra? Proverebbe a saltare anche addosso a lei? Questo pensiero provoca in me una certa gelosia. E' uno stupidotto, si, ma sento una certa affezione per lui...

Insomma, per farla breve, sono scappata dal bruto per ore ed ore, per le valli, i dirupi, gli anfratti, i boschi ed i sottoboschi di questo incantevole luogo. (Querce, melograni, gelsomini profumati, salici maestosi). La cosa mi è tornata utile per esplorare il territorio, bellissimo, tranquillo, ameno, silenzioso, incontaminato e cristallino. Laghetti purissimi, torrenti immacolati, cascatelle voluttuose, ed infine... uscendo in una radura, sulla sommità di una collinetta, improvvisamente... una vista immensa... e lontano, lontano, una pianura blu in cui si animavano tanti spruzzi bianchissimi che le davano un senso di moto fluttuante e che si riperdevano e rianimavano nell’azzurro acciaio di quella pianura in movimento. E poi un rumore, forte, sordo, continuo, ma così affascinante, ritmico, ammaliante, che riempiva l'universo ed il mio cuore. Anche lo stupido, sbucato dalle frasche del bosco come un forsennato, col corpo in avanti e le braccia che ruotavano come mulinelli, quasi stesse cadendo, si è fermato ed è rimasto lì, in silenzio, guardando ed ascoltando... annusava anche un po' l'aria. Ci mancava solo che mi venisse accanto e appoggiasse saldamente un braccio sulla mia spalla come in Via col vento…(?!?)… di che cose stranissime parlo…

Anche io ho annusato, allora, e sentivo un odore diverso da quello del bosco: era un odore forte che pungeva le narici e che a tratti faceva bruciare gli occhi. Era l'odore di quell'immensa, meravigliosa pianura. Siamo rimasti lì a lungo... il cielo e la pianura avevano in parte lo stesso colore ed erano spruzzati di bianco entrambi. Forse quello era Dio, forse lui ci aveva creati? Tante domande mi affollavano la mente. Volevo scendere, avvicinarmi e toccare quel territorio fluttuante azzurro e bianco, ma non ne ho avuto il coraggio. Poi mi sono accorta che Adamo stava ricominciando ad agitarsi, sentivo qualcosa indurirsi contro di me e le sue mani ricominciare ad agitarsi frenetiche per palparmi ed allora ho ricominciato a correre, veloce come un fulmine... ma non senza prima avergli dato una spinta ed averlo fatto ruzzolare giù per qualche metro…

Insomma, caro diario, oggi ho avuto solo il tempo per scappare dal bruto… ehi, dico, ma è vita questa?

Domenica. Anno 0. Mese da definire. Giorno 7

Caro Diario, oggi è successa una cosa terribile, terribile, terribile…
Mi viene da piangere a pensarci…
ok, andiamo per ordine…

La giornata è iniziata bene. Appena svegliata l’aria era così mite che mi è venuta voglia di fare una passeggiata. Ho lasciato il bruto che dormiva bocconi fra i fiordalisi e mi sono incamminata nel bosco, verso nord stavolta. Camminando l’aria si faceva più fresca ed il cielo più terso, la mattinata era adamantina, non una nuvola, non un suono, non un animale. Ad un certo punto sono giunta in un punto, quasi un crocicchio di sentieri, dove c’era un alberello bellissimo, pieno di fiori bellissimi, bianchi e gialli, carnosi ed odorosi e con dei frutti rossissimi, tondi come le mammelle di una donna, le mie… Ohe!! Adamo!! Mi è venuto da gridare, ma non l’ho fatto… il pensiero delle sue manacce mi ha bloccato subito… smanioso com’è…

Poi mentre mi chino ad odorare quei bellissimi fiori, mi sento afferrare le suddette, mentre il maniaco cerca di entrare in me e di infilarmi come una pollastra… allora mi divincolo con forza ma lui mi ri è sopra, gli do un calcio… “Adamo piantala!!!” Niente, il bruto è proprio esagitato e si erge furente sopra di me, mi abbranca, si arrotola alle mie gambe, mi tiene i capelli biondi e lunghissimi per non farmi scappare… io sgattaiolo, lo allontano, lo scalcio con tutte le forze che sento, ormai, venir meno…
Afferro della terra, gliela getto negli occhi e lo contengo per un attimo ma lui, cacciando un ululato furibondo, torna di nuovo all’attacco. Sono ormai disperata, prendo altra terra pronta a lanciargliela negli occhi e ad assestargli un bel calcio sull’attrezzo ma lui lo schiva e mi agguanta i fianchi. Rotoliamo per il pendio vicino al meraviglioso alberello e lì ormai l’inevitabile sta per compiersi… la mia mano stringe ancora la terra per passargliela e strofinargliela su quel suo grugno famelico, quando da dietro la pianta appare un serpente che mi fa, con voce alla Ka: ” Sorellina, non lo vedi com’è affamato? Dagli questo che il suo appetito si placherà!” E mi porge uno di quei pomi rossi e tondi… io prendo quell’aiuto insperato e senza pensarci su lo caccio in gola allo stupido dicendo: “Addenta che così ti calmi”. Lui, sorpreso, istintivamente morde, e…

Non l’avessi mai fatto……..

D’un tratto il cielo si oscura, onusto di nubi cupe e minacciose… e mi prende un terrore tale che il mio corpo cade a terra, squassato e senza forza… poi, le nubi si squarciano ed ecco scendere, lento e maestoso, dall’alto, un gigante vestito di bianco, con folti e morbidi capelli candidi e una bella e lunga barba ancor più candida, che a vederlo sembra simpatico e dolce ma che invece, appena esplode con la sua voce roboante, mi accorgo che è superincazzatonero…
”Adamo ed Eva!?! Cosa avete osato? Come avete osato?... Adamo, io avevo fatto un patto con te. Ed era quello di non mangiare il frutto dell’Albero della Conoscenza” – ed io, sebbene terrorizzata, do una gomitata ad Adamo: “Ma perché non mi dici le cose, bisonte?”
“Tu, invece,” prosegue il Barbapapà “Mi hai disubbidito. È così che, pur essendo stati da Me creati a Mia immagine e somiglianza, Mi onorate e Mi rispettate? Così seguite l’Unico Desiderio del Vostro Antico Padre?”
Noi eravamo completamente frastornati… ma chi era costui? Ed il serpente, cosa c’entrava? Cos’era, una messa in scena?
“Adamo, per avermi disubbidito, ti costringerò a lavorare… dovrete lavorare… con fatica, con sangue e con sudore, senza la sicurezza del domani. Tu, Eva, dovrai anche partorire (?!? - Ma sempre a noi donne il doppio del lavoro?) con tante lacrime ed ancor più dolore. Conoscerete la morte e la vecchiaia, la guerra, la fame, la miseria, la ricchezza – quella la subirete -, l’infelicità, Madonna e Prince, l’ingiustizia. Tutte cose assai tremende stando a quel terribile Vecchio.
Poi, subitaneamente spuntati da dietro le Sue spalle, due esseri biondi con ali d’oro e spade di fuoco cominciano con quelle a punzecchiarci causandoci grandi dolori…
“Ora andate” continua il Vecchio ”ma nella notte preparerete le vostre povere cose. Domattina sarete cacciati per sempre dal Paradiso Terrestre. Andrete a vivere in oscure, aride e dolorose lande dove né uomini, né animali, né natura vi daranno tregua. Questa è la Mia Parola. Questa, è la Parola di Dio”.

Dio… pensai… Colui che mi ha creata, seppur dalla costola di questo stupidotto… mi venne da piangere… ero così desolata che, rimasta sola, piansi a lungo, amaramente… piansi, piansi e piansi… piansi anche per te, mio amato diario… chissà quando avrei potuto riscriverti e rileggerti… chissà come… forse mai, mio carissimo amico… forse ancora… ma sarebbe stato lontano… in chissà quale tempo.

Lunedì. Anno 0. Mese da definire. Giorno 8

Il tempo…


Eva

31 agosto 2008

venerdì 29 agosto 2008

Come Montale

Feci come Montale
disse di non fare.
Non me ne pentii

29/8/2008

martedì 26 agosto 2008

Un racconto di Carla B. - Ponte Milvio

Roma, Ponte Milvio. Una mattina di settembre.

Ha piovuto stanotte e nell’aria fresca si avverte un presagio dell’autunno imminente. Il cielo è striato di nubi che il sole nascente sta dissolvendo.

Poca gente a quest’ora: qualche venditore ambulante, dei rari passanti, due adolescenti che discorrono appoggiate al parapetto.
Un uomo e una donna, non più giovani, hanno appena imboccato il ponte e avanzano tenendosi per mano. Sorridono, ogni tanto si abbracciano e si baciano con passione. Si fermano a poca distanza dalle due ragazze e restano a guardare il fiume che scorre sotto di loro.

Le ragazze si sono appena ritrovate dopo le vacanze estive e si stanno raccontando le ultime novità. Avranno al massimo 15 o 16 anni. Una delle due, la più alta, ha i capelli castani lunghi, indossa jeans a vita bassa e una canottiera a strisce che sembra una divisa da carcerato, l’altra è minuta, i capelli corti rosso fuoco, un piercing al naso ed è tutta in nero e borchie di metallo.

La bruna smette di parlare, qualcosa ha attirato la sua attenzione. L’amica la guarda interdetta.
D’improvviso la ragazza bruna grida: “NO!”. L’altra si allarma: “Che c’è, che succede?”.
“Non ci posso credere… l’ha buttata!”. La rossa la incalza: “Oddio, chi, cosa??? Buttato chi? Parla!”. Il cuore le fa un balzo, pensa subito al peggio… un suicidio? Un omicidio? Chi ha buttato chi? Scruta ansiosamente il fiume. Non sarebbe il primo suicidio a cui assiste: sei mesi fa, proprio da questo ponte, ha visto gettarsi un uomo nel fiume, è scomparso subito, portato via dalle rapide. Inutili i soccorsi, chiamati all’istante. Troppo fredda l’acqua in quel periodo.
La ragazza rabbrividisce… “Insomma vuoi dirmi che è successo?!?”. La bruna scoppia a ridere. “Ma dai, scema… non è successo niente. E’ solo che… lui (indica l’uomo) ha agganciato un lucchetto a quel palo e insieme hanno buttato la chiave nel fiume… scusa se ti ho spaventato”.
“Sul serio?” risponde incredula la rossa, e si gira a guardare la coppia , che ha ripreso a baciarsi con foga. “Chi, quei due che stanno pomiciando?” “Proprio loro”. “Come nel video di Tiziano Ferro?”. “Esatto”. “Oddio che melensi…”
Riflettono in silenzio, scandalizzate. La rossa ha il piercing sul naso che vibra per l’indignazione, poi sbotta: “Non è possibile… avranno almeno 50 anni!”. “Eh sì”, le fa eco la bruna scuotendo la testa. “Non c’è più religione… un tempo l’amore era roba da giovani… guardali, avranno l’età dei nostri genitori!”.

Si avvicinano al palo, incuriosite. L’uomo e la donna non se ne accorgono nemmeno, intenti come sono a guardarsi negli occhi.
Agganciato agli appositi sostegni installati dal comune di Roma, allineato insieme a decine, centinaia di lucchetti, scorgono quello appena lasciato dalla coppia. Sul lucchetto nuovo di zecca spiccano due iniziali, vergate accuratamente con pennarello indelebile blu: una C e una P.

“Come si chiameranno?” chiede la bruna. L’altra ci pensa, poi ipotizza: “forse Claudio e Patrizia… o Cecilia e Pietro… o Pascal e Colette, Paride e Cassandra, Porzia e Cornelio…”.
“Ma dai, non dire fesserie! Forse si chiamano semplicemente Carla e Paolo.” conclude la bruna. “Ma in fondo a noi che ci frega? Affari loro… dai, torniamo a noi. Dimmi di te, come va col tuo ragazzo?” “Chi, quell’idiota? L’ho mollato…”. “Sul serio? Dai, racconta…”

“Saranno rincoglioniti ma sembrano felici…” pensa tra sé la bruna con invidia. Quanto vorrebbe anche lei essere stretta così…

Il ponte è inondato di luce. I due si parlano, le loro voci sono poco più di un sussurro.

Carla B.

25 Agosto 2008

domenica 24 agosto 2008

Un racconto: Frammento di una lettera d'amore

. . . . . . . . .

Questi brandelli di pensiero, che riesco a catturare ed inchiodare qui, sulla carta, sono la testimonianza più chiara e certa dell'immensità del dono che il 1983 ci ha fatto. Al di sopra e al di là dell'unione dei nostri corpi che serenamente ci siamo proibita perché inattuabile se non temporaneamente, al di sopra e al di là del dolore che ogni secondo ci brucia per questa rinuncia, al di sopra e al di là dell'atroce incubo di saperti abbandonata nell'amplesso con un altro uomo che, legittimamente, ti possiede; al di sopra e al di là di tutte le cose più orribili che si possano immaginare, esiste, per me, la certezza dell'approdo tranquillo e sereno nello squarcio di azzurro dei tuoi occhi e, per te, l'eterna e dolce carezza delle mie mani.
Come può non essere immenso un anno in cui tu, nella stupenda meraviglia del lago di Braies, hai sentito veramente il mio passo accanto al tuo e il mio braccio che ti cingeva la vita? Come non può essere immenso un anno in cui io ho acquisito la certezza di vivere, sempre, per te, con te e in te, amore mio infinito, un anno in cui, il mio sessantaduesimo anno di vita, ho imparato per la prima volta a dire "ti amo" con la sincerità e la dolcezza delle lacrime che ora mi stanno riempiendo gli occhi?
Ti bacio con tanta dolcezza, passione e amore infinito e, per gli anni che compi domani, ti auguro di avere sempre la certezza che l'immensità della nostra vita è garantita dalla cosa più bella dell'universo e del tempo: il nostro amore onesto, reale, sincero!
Ti amo ancora di più!

Mario

Una canzone: Io Mi Ricordo Di Te

Io mi ricordo di te
la scorsa estate al mare,
bella come la luna d'inverno,
come un amore a lungo trattenuto
bella come il dolore
che disegnava le linee del tuo viso
bella come un amore
che lascia il segno
e dopo un giorno muore

Giochi, giochi d'estate
giochi di sere mai dimenticate
e la pelle tua stupenda
la fila di perle
delle tue spalline
e i tuoi occhi vicini
troppo vicini, vicini, vicini
le tue labbra bagnate
le tue parole
solo un po' affrettate

Poi seduti in quel caffè
io non sentivo
nient'altro che te
te che chiedevi del vino
una sigaretta
se dava fastidio
te che chiedevi il mio cuore
te che chiedevi
tutto il mio amore
poi un leggero mal di testa
e nei tuoi occhi
un po' di linee profonde

Poi in un giorno d'inverno
quella notizia di te
di quella tua malattia
che in un mese
ti porterà via...

Di te m'è rimasta la rabbia
di te m'è rimasto il dolore,
la sabbia, la rabbia,
il dolore di te...

Ed anche se non ci sei più
anche se non ci sei più
ed anche se non ci sei più
tu sei ancora tutto per me....

1999

Una canzone: Ahi, Mia Bella Città

Vorrei venirti a trovare
sul far dell'estate
quando gocciano i gelsomini
e l'aria è d'oro di luce

Ahi, mia bella città
quanto soffrii per te
Ahi, mia bella città
quanto soffrii per te

Invano sedetti
sui tuoi lungofiume
aspettando un cenno
del tuo risveglio

un solo gesto di coraggio
a sbarrare
l'avanzare forte della notte
un solo gesto di coraggio
a sbarrare
l'avanzare forte della notte

Ahi, mia grande città
dai lungofiume incatenati
dai parapetti al tramonto
luci sospese di case.

Il fiume ti guarda scorrendo
come sempre in silenzio
il fiume ti guarda
ed eterna
ha paura di te

2002